Da tempi immemorabili le popolazioni indiane e nepalesi
che vivono nelle solitarie vallate pre-himalayane parlano di santi uomini
che vivono ad alta quota, in perfetta solitudine, dediti alla meditazione
e alla preghiera. Non hanno fuoco per scaldarsi nelle gelide notti,
anzi sono soliti fare il bagno nelle acque freddissime del sacro Gange,
vicino alle sorgenti. Non hanno neanche scorte di cibo, e loro unico
riparo sono anfratti e grotte naturali. Pochi li hanno visti, sebbene
molti ne parlino; pellegrini diretti alle sorgenti del sacro fiumi,
contadini e pastori, di tanto in tanto, ne danno notizia.
Quello che più colpisce, in tali venerabili eremiti, è
l'estremo vigore fisico, la giovinezza senza età, talvolta
una sorta di alone luminoso che sembra risplendere loro sulla fronte
e che pare emani dal loro capo e la bruciante intensità dello
sguardo. Spesso sono poco vestiti, eppure paiono sopportare il rigido
clima montano con particolare naturalezza; si dice che possano asciugare
una tunica bagnata nell'acqua fredda in pochi minuti, semplicemente
indossandola, col calore che si sprigiona dal loro corpo.
Ma la cosa più stupefacente e, per una mente occidentale, più
difficile da credere è che a questi santoni (che, a parere
di alcuni, potrebbero anche essere diverse manifestazioni di un'unica
persona) viene attribuita un'età molto, ma molto più
avanzata di quella che dimostrano; anzi, molto più avanzata
di quella di un comune essere umano. Si parla di cento anni, ma anche
più; si sussurra che alcuni di essi sono stati visti a intervalli
di decenni, perfino di secoli, e sempre col medesimo aspetto vigoroso
e giovanile. Il pensiero corre ai "santi immortali"
del taoismo o, nel caso delle culture europee, agli artefici vittoriosi
della "Grande Opera" alchemica, al conte di Saint-Germain
e, in pieno XX secolo, al mitico Fulcanelli, l'elusivo autore di opere
come Le dimore filosofali e Il mistero delle cattedrali.
E' verosimile che, in accordo con gli insegnamenti dello Yoga,
alcuni abbiano raggiunto lo stadio di siddha, essere perfetto;
altri di jivanmukta, liberato mentre vive; altri ancora, forse,
lo stadio supremo di paranmukta, supremamente libero, anche dalla
morte: che è l'ultimo stadio trans-umano, prima di giungere
alla suprema liberazione dell'avatar, dotato di un corpo di luce e
ormai pienamente liberato da ogni vincolo della natura, compresi lo
spazio e il tempo.
Davanti a tali possibilità, inevitabilmente il pensiero analitico-razionale
dell'emisfero sinistro si domanda:
"Possono succedere simili cose?".
Se lo è chiesto anche il bravo Tiziano Terzani che, nella
sua ultima intervista, ha parlato di uno sciamano siberiano di trecento
anni, capace, si diceva, di curare qualunque malattia; salvo poi verificare
che era solo una leggenda, "perché - sue testuali parole
- nessun uomo può vivere fino a trecento anni." E se lo
è chiesto anche quella strana figura di studioso del taoismo
che è stato il francese Puget, ex militare nell'Indocina del
primo Novecento, autore del suggestivo saggio L'immortalità
fisica.
Ma il problema, crediamo, posto in questi termini, risulta difficilmente
comprensibile. Infatti, non si può comprendere un fenomeno
di tale natura con le categorie mentali proprie della ragione strumentale
e calcolante.Giustamente Mircea Eliade, il grande storico delle religioni
(per fare solo un esempio), quando descriveva il "volo"
dello sciamano nella sua opera fondamentale Lo sciamanismo e le
tecniche dell'estasi, si rifiutava di entrare nel merito se il
volo fosse da intendersi esclusivamente in senso mistico e psichico
o anche in senso fisico-materiale. E la stessa attitudine assumono
gli studiosi dello sciamanismo presso i popoli indiani delle due Americhe.
Chiedersi se sia solo la mente a "volare", magari con l'aiuto
di sostanze allucinogene o, comunque, di stati alterati di coscienza(e
ciò vale anche per i dervisci ruotanti, nella tradizione sufi
dell'Islam) oppure se ciò avvenga anche con il corpo, significa
ricadere in quello sdoppiamento artificiale di res cogitans e res
extensa di cartesiana memoria, che mutilando l'essenziale unità
dell'Essere, tanto male ha recato alla filosofia occidentale negli
ultimi quattro secoli.
Il concetto fondamentale che bisogna adottare, infatti, è a
nostro avviso che non esiste alcun "occhio esterno" capace
di operare una tale distinzione perché, se esistesse, esso
non potrebbe vedere se non ciò che l'occhio fisico (ma non
l'occhio spirituale) è abituato a vedere, misurare e calcolare.
Una tale visione distaccata, oggettiva e, per così dire, neutrale
non esiste né potrebbe esistere: la ragione strumentale non
dà che ragione strumentale, tertium non datur. Ben lo sanno
anche i mistici e i veggenti della tradizione occidentale, sottoposti
di tanto in tanto a minuziose indagini allo scopo di smascherarne
le "frodi". Esistevano le "voci" di santa Giovanna
d'Arco, fuori del suo orecchio interiore? Il diavolo veniva realmente,
cioè come un'entità esterna e oggettiva, a turbare le
notti del curato d'Ars? Vedeva o udiva la Signora splendente di luce,
fuori della sua psiche in stato di estasi, la giovane Bernadette Soubirous?
Ma torniamo agli antichissimi santi anacoreti dell'Himalaya. E cominciamo
col puntualizzare che quei monti non sono, per i popoli che da millenni
ne abitano le pendici - sia induisti, che buddhisti - una serie di
pieghe tettoniche della crosta terrestre, prodotte dallo scontro della
zolla indiana con la zolla euro-asiatica (come dicono i nostri sapienti
geologi); né, tanto meno, la magnifica palestra naturale per
la smania di gloria e di conquista delle spedizioni alpinistiche occidentali
(e, oggi, anche indiane, cinesi e giapponesi) che hanno disseminato
di croci i loro fianchi dirupati e che hanno portato fin sopra gli
ottomila metri di quota, insieme ai chiodi a pressione piantati nella
roccia, alle bombole di ossigeno e a migliaia di tonnellate di rifiuti
abbandonati, tutta la loro avidità di conquista e di possesso,
la loro vanità narcisistica di primeggiare, il loro sfrenato
spirito di competizione, le loro spietate rivalità e inimicizie
(al punto di danneggiarsi l'un'altra con incoscienza criminale, per
esempio provocando valanghe per ritardare l'avanzata dei rivali).
No: per le popolazioni locali, quei monti sono, né più
né meno, la dimora degli dèi. Non basta: sono
esseri viventi essi medesimi, sono a lor volta delle potenti divinità
che possono rivelarsi benevole o malevole, a seconda della purezza
di spirito, dell'umiltà o dell'arroganza degli occasionali
viandanti e pellegrini. Chi sale le loro pendici è indotto
a farlo con profonda consapevolezza della propria fragilità,
con profonda gratitudine verso una natura viva e animata, dunque con
profonda sensibilità "ecologica", avanzando con passo
leggero e rispettoso, evitando ogni inutile rumore e ogni sacrilega
sporcizia lungo il proprio cammino.
Superstizioni, leggende, miti di un'umanità "bambina"?
Eppure non sono stati pochi gli occidentali che, dismesso l'usato
orgoglio e l'abituale supponenza eurocentrica, hanno potuto esperire
una tale dimensione spirituale nel rapporto con i monti himalayani;
e non solo studiosi e viaggiatori colti, come la francese Alexandra
David-Neel, ma anche alpinisti "sportivi" puri, come il
tedesco Kurt Diemberger, che ne ha parlato in alcune sue pagine famose.
In un tale contesto, si capisce che il santo immortale dell'Himalaya
è una creatura d'eccezione, che ha saputo recidere per sempre
ogni legame karmico e che, abbandonandosi con perfetta lucidità
e con perfetta fede nell'abisso dell'assoluto, ha superato vittoriosamente
gli angusti (e illusori) confini tra lo spirito e la materia, entro
i quali, invece, la massa degli uomini quotidianamente si dibatte,
simile a ranocchie immerse in uno stagno fangoso, e che scambiano
la propria minuscola pozza per l'universo infinito. Nel celebre libro
Autobiografia di uno Yogi, Paramahansa Yogananda parla di un santo
venerato, Babaij, capace di portare grandi benefici a coloro
che lo invochino e perfino a coloro che ne pronunzino soltanto il
nome. Babaij vive da secoli nei recessi più alti delle vallate
himalayane, immerso in preghiera e legato alla vita terrena unicamente
dal desiderio compassionevole di portare benefici all'umanità
ignorante e sofferente, immersa in questo nero Kali Yuga.
Di tanto in tanto si parla di avvistamenti, di incontri, di sconvolgenti
esperienze di uomini comuni (ma dallo spirito puro e devoto) con questo
essere straordinario che, per usare l'espressione di Sri Aurobindo,
ha saputo varcare i limiti della condizione umana e ha raggiunto,
mediante l'illuminazione, quella natura sovrumana che è frutto
del Risveglio; anzi quella natura più che divina, se è
vero che gli dèi, nella concezione del Buddha, vivono beati
per innumerevoli millenni, ma infine anch'essi muoiono perché
anch'essi appartengono all'impermanenza dell'illusorio mondo fenomenico.
Hariakhan Baba Maharaj è stato visto da testimoni fra il 1800
e il 1900. Parlava una mescolanza di nepalese, hindi e kurmachal,
ma era anche in grado di esprimersi nella parlata del suo interlocutore,
da qualunque parte dell'India questi provenisse. Nessuno sapeva di
dove fosse giunto, ove fosse nato e quando. Possedeva tutti i siddhas
(poteri) di cui parla il terzo libro degli Yogasutra di Patanjali:
capacità di rendere il proprio corpo grandissimo o piccolissimo,
levitazione, invisibilità, forza sovrumana, telepatia, chiaroveggenza.
Era in grado di compiere miracoli; ma, soprattutto, esercitava
un particolare fascino, emanava una particolare energia cui era praticamente
impossibile resistere.
Fu visto in diversi luoghi dell'India settentrionale fra il 1961 e
il 1924; nelle diverse occasioni era segnalato con nomi diversi, ma
divenne chiaro che si trattava della stessa persona allorchè
un certo Mahendra Brahmachari ebbe una visione nel 1949. Dopo tale
evento, quest'ultimo ebbe una intensa conversione spirituale e dedicò
i successivi trentacinque anni della sua vita a viaggiare attraverso
l'India, raccogliendo ogni testimonianza riguardo a Babaji, di cui
era diventato fervente seguace. Ne risultò un libro di testimonianze,
intitolato Punya Smriti, adoperando il nome fittizio
di Guru Charnasrit.
Un altro libro dedicato alla figura di Babaji, intitolato Hariakhan
Baba, known, unknown ("conosciuto, sconosciuto"),
di Baba Hari Dass, è stato pubblicato nel 1975 negli Stati
Uniti d'America, a cura della Sri Rama Foundation. Altre notizie su
questo straordinario personaggio, e specialmente sulla esperienza
mistica e devozionale di un certo Gumani, che divenne suo discepolo,
nonché su un curioso episodio avvenuto nel 1914, quando il
ministro dell'educazione, Pandit Iwala Datt di Almora voleva far punire
Babaji (non riconosciuto come tale) per avergli sorriso, cosa che
parve al ministro una mancanza di rispetto, metre poi si vide che
quel sorriso nasceva da un reale episodio di chiaroveggenza che lasciò
tutti senza parole, si possono trovare su Internet. Vi sono perfino
due fotografie che lo ritraggono seduto in meditazione, nella posizione
del loto, e che sarebbero state scattate da un certo Sorabij, che
poi, al momento di svilupparle, con sua enorme sorpresa, mostrarono
due diversi aspetti del personaggio, benché fossero state scattate
l'una dopo l'altra: nella prima Babaji indossa una tunica e un copricapo
tibetano, nell'altra solo un succinto pezzo di stoffa intorno ai fianchi.
Ricordiamo, infine, che uno dei più famosi discepoli di Babaji
è stato Lahiri Mahasaya, nato nel 1828, che lo incontrò
nel 1861 e che ricevette dal Maestro il dono della conoscenza delle
sue vite anteriori, e che ebbe l'immenso privilegio di permanere nello
stato del samadhi, in cui l'individuo si immerge nel grande
flusso della Coscienza Cosmica, per ben sette giorni consecutivi,
ricevendo poi la missione di diffondere l'insegnamento dello Yoga
nelle regioni periferiche dell'India.
Dopo un lungo periodo di discepolato in solitudine, Lahiri Mahasaya
tornò a vivere nel mondo, riprendendo contatto con la sua famiglia
e tornando a svolgere il suo lavoro, esempio radioso di un grande
illuminato che non volge le spalle all'umanità, ma rimane in
mezzo ad essa per guidarla e incoraggiarla con il proprio esempio.
Il suo discepolo diretto, Sri Priya Yukteswar, è stato a sua
volta il maestro di Paramahansa Yogananda e gli ha trasmesso, come
ben sanno i lettori di quest'ultimo, quell'interesse e quell'amore
per le affinità tra Cristianesimo e Induismo, viste come molto
più forti degli elementi di diversità (spesso solo apparente).
Yogananda, partendo dalla California, ha dispiegato a sua volta un'intensa
opera di predicazione in Occidente, facendosi conoscere da un pubblico
vastissimo.
Qualcuno, sentendo parlare di un maestro che vive nascosto, alle pendici
dell'Himalaya, da almeno un secolo e mezzo, scuoterà la testa
e penserà che molti esseri umani vogliono ancora credere alle
favole in questa nostra epoca di vertiginoso progresso (?) scientifico-tecnologico.
Forse, chissà.
Del resto, sarebbe inutile discutere con un tale scettico: per la
mentalità scientista e materialista oggi dominante, tutto ciò
che non è spiegabile, misurabile e -possibilmente - riproducibile
in laboratorio, è solo frode o ignoranza. Se fosse per i nostri
Soloni alla Piero Angela, qualche tipo di C.I.C.A.P. (Centro Italiano
di Controllo per le Affermazioni sul Paranormale) internazionale dovrebbe
organizzare quanto prima una spedizione alle falde dell'Himalaya per
sfatare la "leggenda" di Babaji (così come, in Occidente
- sia detto fra parentesi - molti credono di aver sfatato per sempre
la "leggenda" dello Yeti).
Lasciamoli alle loro tetragone certezze, ai loro tristi dogmi. Essi
sono culturalmente così attardati, da non sapere che la stessa
scienza più avanzata, in particolar modo la fisica delle particelle
sub-atomiche, è pronta a riconoscere la possibilità
di tutta una serie di fenomeni ritenuti "impossibili" dalla
fisica classica (vedi, ad esempio, il libro di Ugo Plez).
Ma è certo che anche la scienza più avanzata può
solo distruggere certe nostre positivistiche presunzioni: per accedere
alle verità superiori è comunque necessario un "salto
spitituale che, dall'esterno (cioè, oggettivamente) non può
essere né descritto, né compreso. E tuttavia rimane
sempre attuale l'osservazione di Shakespeare, nell'atto primo dell'Amleto:
"Vi sono più cose fra terra e cielo, di quante tutta la
vostra filosofia riesca solo ad immaginare. E soltanto l'occhio interiore,
allenato dalla meditazione e illuminato dalla Conoscenza, può
incominciare a vederle, udirle, accettarle.