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Francesco Lamendola
LA " RESURREZIONE "DEL
CELACANTO, FOSSILE VIVENTE DEI MARI
"La scoperta dell'ornitorinco, dell'echidna, della
procavia e dell'oritteropo è stata una sorpresa, quella del Celacanto
ha addirittura sbalordito. Si sapeva che questo pesce era esistito milioni
di anni fa, perché sene erano trovati denti, ossa, impronte in
terreni assai antichi del litorale del Madagascar. Ma si credeva che
fosse scomparso per sempre. Orbene, contro ogni aspettativa, il 22 dicembre
1938, se ne pescò uno vivo di un azzurro magnifico presso la
costa sud-africana. Benché appena morto fosse subito in via di
decomposizione per il calore, fu riconosciuto e gli scienziati di tutto
il mondo poterono esaminarlo.
"Questo avvenimento ebbe risonanza internazionale. E ben a ragione.
Il Celacanto è forse l'animale più antico che si conosca
di una classe di vertebrati che raggruppa gli animali con quattro arti,
uomo compreso. (
)
"Il Celacanto è senza dubbio un pesce che non si è
evoluto perché sembra che continui a esistere, come è
sempre stato, su per giù, sin dai tenmpi più remoti.
"Passarono quattordici anni prima che fosse catturato un secondo
Celacanto nell'arcipelago delle Comore, tra l'Africa e il Madagascar.
Meno di un anno dopo un terzo esemplare abboccò a una lenza di
fondo avente 160 metri di filo
Si pensa che il Celacanto viva
tra gli 800 e i 900 metri di profondità e che salga di rado in
superficie. Ciò spiegherebbe perché esso venga pescato
raramente, benché le catture si ripetano di tanto in tanto, sempre
in questa zona delle Comore".
DANIÈLE BELLOY
Prima di delineare le vicende che hanno portato alla riscoperta del
Celacanto, un pesce che si credeva estinto da qualcosa come oltre
200 milioni di anni, e che invece si è ritrovato ancora vivo
e vegeto nelle acque dell'Africa sud-orientale, ci sembra giusto spiegare
brevemente perché tale scoperta rivesta un carattere così
eccezionale per la scienza zoologica. Il Celacanto, infatti (nome scientifico:
Latimeria Chalumnae), non è un pesce qualsiasi, a parte il fatto
di essere straordinariamente antico. Le sue pinne ventrali sono peduncolate
e costituiscono u abbozzo di arto vero e proprio: da questo punto di
vista, secondo la teoria evoluzionista (la quale, è bene tenerlo
sempre a mente, è, appunto, solo una teoria), esso rappresenta
un embrione di forma di passaggio tra la vita acquatica e la vita terrestre,
culminata nella progressione dal pesce all'anfibio, al rettile e infine
al mammifero.
D'altra parte, il fatto che il Celacanto non si sia evoluto e che oggi
esista come essere vivente nella stessa forma che aveva in lontane epoche
geologiche, potrebbe suggerire inquietanti interrogativi sulla concezione
generale dell'evoluzionismo: non è, questo pesce che appare come
un autentico fossile vivente, la smentita lampante del fatto che le
specie si evolvono da forme più semplici e rudimentali verso
forme più perfezionate e complesse? Intanto ricordiamo, pr il
lettore non specialista, che il Celacanto non è precisamente
un pesciolino da acquario: è un grosso animale, lungo sino a
metri 1,80 e che può pesare fra i 40 e gli 80 kg. Ha la testa
grossa e una robusta dentatura, ma un cervello del peso di appena 3
grammi e che occupa meno di un centesimo del volume del cranio; il resto
contiene invece grassi e altre sostanze.
Ecco come si esprime lo scrittore francese Danièle Belloy nel
suo libro Les animaux champions de l'insolite (Paris, Hachette, 1972,
trad. it. Gli animali strani e bizzarri, Milano, Il Saggiatore, 1973,
p. 6),
"La scoperta dell'ornitorinco, dell'echidna, della procavia e dell'oritteropo
è stata una sorpresa, quella del celacanto ha addirittura sbalordito.
Si sapeva che questo pesce era esistito milioni di anni fa, perché
se ne erano trovati denti, ossa, impronte in terreni assai antichi del
litorale del Madagascar. Ma si credeva che fosse scomparso per sempre.
Orbene, contro ogni aspettativa, il 22 dicembre 1938, se ne pescò
uno vivo di un azzurro magnifico presso la costa sud-africana. Benché
appena morto fosse subito in via di decomposizione per il calore, fu
riconosciuto e gli scienziati di tutto il mondo poterono esaminarlo.
"Questo avvenimento ebbe risonanza internazionale. E ben a ragione.
Il Celacanto è forse l'antenato più antico che si conosca
di una classe di vertebrati che raggruppa gli animali con quattro arti,
uomo compreso. Osserviamo le pinne. Quasi tutte sono portate da un peduncolo
o da un moncherino. Si suole considerare questo abbozzo di arto come
una forma di transizione tra le pinne normali e i veri arti. Si pensa
che la vita venga dal mare perché, nel più remoto passato,
la terra era interamente coperta da acqua salata. Si pensa anche che
le terre siano progressivamente emerse dagli oceani. "Parenti"
del Celacanto, provvisti anch'essi di pinne peduncolate, hanno probabilmente
invaso progressivamente le paludi, poi la terraferma. Le specie che
effettuarono con successo questo cambiamento di habitat sopravvissero
perché 'modellarono', nel corso dei millenni, arti sempre più
perfezionati. Ma non si capisce 'come' un arto capace di permettere
di camminare abbia potuto formarsi partendo da una pinna peduncolata,
trasformatasi nel corso dei millenni.
"Se si paragona a un albero l'evoluzione degli esseri viventi attraverso
gli evi, bisogna ammettere che si dispone di un albero spezzato di cui
si ritrova qui un pezzo di ramo, là un corto rametto. Il Celacanto
è senza dubbio un pesce che non si è evoluto perché
sembra che continui a esistere come è sempre stato, su per giù,
sin dai tempi più remoti.
"Passarono quattordici anni prima che fosse catturato un secondo
Celacanto nell'arcipelago delle Comore, tra l'Africa e il Madagascar.
Meno di un anno dopo un terzo esemplare abboccò a una lenza di
fondo avente 160 metri di filo
Si pensa che il Celacanto viva
tra gli 800 e i 900 metri di profondità e che salga di rado in
superficie. Ciò spiegherebbe perché esso venga pescato
raramente, benché le catture si ripetano di tanto in tanto, sempre
in questa zona delle Comore".
Secondo le teorie evoluzionistiche, i Celacantidi e i Ripidisti discenderebbero
entrambi dai Crossopterigi, i quali a loro volta deriverebbero - insieme
ai Dipnoi - dai Coanichti, dei pesci muniti di scheletro osseo in cui
le fosse nasali, oltre a comunicare con l'esterno attraverso le narici,
si aprivano nella cavità boccale mediante due ulteriori aperture,
appunto le coane. I Dipnoi sarebbero giunti a respirare l'ossigeno atmosferico,
almeno nei periodi di clima asciutto, ma rimanendo in letargo nel fango
e senza tentare di spingersi sulla terra emersa; i Crossopterigi, invece,
si evolsero secondo due linee differenti: Ripidisti e, appunto, Celacantidi.
I primi si sarebbero alla lor volta suddivisi in due rami: alcuni si
specializzarono adottando lo stello modo di vita dei Dipnoi, altri -
i Rizodonti - iniziarono il rande balzo verso la conquista della terraferma.
Nell'Eusthenopteron, una forma del Devoniano dell'Europa e del Nord
America, la struttura scheletrica presenta notevoli affinità
con quella dei primi anfibi, gli Stegocefali. Quanto ai Celacantidi,
benché in essi si notino - come abbiamo detto - alcuni segni
che fanno pensare a una tendenza verso la vita sulla terra emersa, la
loro evoluzione si arrestò quasi fin dall'inizio ed essi rimasero
pesci a tutti gli effetti; anzi, come si è visto, pesci viventi
nelle acque profonde, intorno al limite dei 1.000 metri sotto la superficie,
dove non giunge alcuna traccia di luminosità.
Scrive Pietro Sassi (nel suo libro Gondwana. Storia di un continente
perduto, Milano, Ed. Massimo, 1961, pp. 95-96):
"I Celacantidi divennero noti al rande pubblico da quando, alla
fine del 1938, venne pescato nelle acque del Canale di Mozambico, presso
le foci del fiume Chalumna, un rappresentante vivente di questo gruppo,
che si credeva estinto fin dall'era mesozoica. Scoperto, in una pescata
di pesci più comuni, da Miss Latimer, del Museo di East London
nel Sud Africa, venne studiato e descritto dall'ittiologo sudafricano
J. L. B. Smith, e denominato Latimeria Chalumnae. Altri esemplari viventi
vennero pescati, sempre nelle acque del canale di Mozambico, nel 1952
e negli anni seguenti.
"Così, proprio nelle acque che circondano le terre del Gondwana
[l'antico super-continente dell'emisfero meridionale che comprendeva
il Sud America, l'Africa, l'India, l'Australia, la Nuova Zelanda e l'Antartide,
nota nostra], gli uomini ebbero la ventura di ritrovare vive le creature
di un remoto passato. Ma nemmeno i Celacantidi si spinsero alla conquista
delle terre emerse. Rimasero pesci prevalentemente marini com'erano
sempre stati, e giunsero fino a noi senza subire notevoli modificazioni
di forma e di struttura."
La vicenda della "riscoperta" del Celacanto è
stata riepilogata con chiarezza e competenza da Pasquale Pasquini nella
sua monumentale opera sulla vita degli animali (P.Pasquindi-A. Ghigi,
La vita degli animali, 4 voll., Torino, U. T. E, T., 1978; vol. 1, La
vita nel mare, pp. 925-932). Inoltre esiste un ottimo studio monografico,
La storia del Celacanto, il fossile vivente, del biologo americano Keith
S. Thomson (titolo originale: Living Fossile: the Story of the Living
Coelacanth), tradotta in italiano dal'Editore fabbri di Milano nel 1993.
Un libro veramente ben scritto, che unisce il rigore scientifico al
gusto avventuroso di una grande scoperta, ma che purtroppo non ha avuto
molto successo nel nostro Paese - forse anche per il suo rifiuto di
facili toni sensazionalistici - visto che è finito abbastanza
presto nel circuito dei libri remainder. Peccato: si tratta di un eccellente
esempio di opera scientifica divulgativa seria e al tempo stesso ben
scritta, alla quale rimandiamo per ulteriori approfondimenti. Qui, per
motivi di spazio, riportiamo il brano dell'opera di Pasquini dedicata
al ritrovamento e allo studio del Celacanto.
(
) assume particolare importanza una scoperta 'sensazionale' di
cui a suo tempo si parlò in tutto il mondo, in quotidiani e riviste,
di uno stranissimo pesce, pescato la viilia di natale del 1938 nel mare
del Sud Africa e precisamente nelle acque di east London e riconosciuto
dal prof. J. L. B. Smith dell'Università di Rhodes, Grahamstown,
come appartenente alla famiglia dei Celacanti, noti fossili rappresentativi
delle rocce del Devoniano, scomparsi dalla storia della Terra nel tardo
Cretaceo e che perciò si doveva ritenere che fossero rimasti
in vita più o meno invariati nel tempo, nientemeno che per 230
milioni di anni!
"Tanto più sensazionale la scoperta in quanto è noto,
sebbene ancora non ne sia stata fornita la spiegazione, che le specie
sopravvissute di Pesci, quali Crossopterigi e Dipnoi, in grandissima
parte non appartengono alla fauna marina; l'evoluzione più intensa
che si avverò nel Carbonifero per i Pesci interessò quelli
di acqua dolce, sebbene già in questo periodo e nel Permiano
le acque del mare si andassero popolando con i primi Squali, di cui
i primitivi giungeranno a noi con l'ordine degli Olocefali, le Chimere.
"Il gruppo cui appartiene il nuovo pesce, il famoso Celacanto,
è quello dei Crossopterigi, che dall'inizio del Seconadrio andarono
in declino: erano Pesci d'acqua dolce, dalla volta cranica completa,
dalle narici esterne situate ventralmente, provviste di coane, con coda
eterocerca o gefirocerca e pinne pari peduncolate, lobate, sorrette
da raggi scheletrici biseriati o uniseriati e ricoperte alla lorobase
da squame. Di essi restano oggi i Polipteri delle acque dolci africane,
e precisamente dei fiumi Nilo e Senegal, e i Celacanti del Carbonifero,
del Permiano, del Trias, del Giura, del Cretaceo, con unico vivente
il Celacanto scoperto dal prof. Smith, destinato, come vedremo tra poco,
alle più impreviste e disgraziate vicende. Al primo annuncio
che egli ne diede nel Transactions della Royal Society del Sud Africa
nel 1939, fecero seguito infatti le più accese discussioni e
non mancarono le proteste degli specialisti delusi di aver appreso che
nel rarissimo esemplare pescato erano andate perdute le parti molli
ed era rimasta soltanto la carcassa.
"Abbiamo sott'occhio la prima figura del Celacanto, pubblicata
dalla londinese Nature, dell'esemplare pescato vivo nelle acque di East
London: pesava oltre 80 chili e misurava un metro e mezzo di lunghezza.
E qui comincia la dolente storia. Lo stranissimo pesce fu portato al
Museo di East London, ma in mancanza di adeguarti mezzi di fissazione
di personale capace di provvedere alla conservazione di una simile rarità,
l'animale, con i suoi organi, andò in putrefazione [ricordiamo
ce il mese di dicembre, nell'emisfero australe, corrisponde al pieno
dell'estate, e quindi il cima della costa sud-africana conosce le massime
temperature annue: nota nostra]. Una vera iattura! La pelle fu montata
alla meglio dal tassidermista locale. Quando la notizia e lo schizzo
dell'animale insieme con pochi appunti pervennero al prof. Smith, questi
non esitò a riconoscere nel massiccio esemplare un rappresentante
dell'Era Mesozoica, da lungo tempo estinto. Non restava che la speranza
di catturarne uno nuovo per compiere su di esso un più approfondito
studio; e la speranza veniva confortata da altre notizie che pervenivano
via via al prof. Smith, fra cui quella di un pescatore degno di fede
che dava per certo che cinque anni prima un pesce simile, anzi assai
più grosso, era stato rinvenuto spiaggiato, in una zona della
costa orientale di East London, ma, ahimé, in stato di parziale
decomposizione. Anche questo, dunque, era andato perduto!
"Nonostante le vicissitudini incontrate dal primo stranissimo esemplare
al suo arrivo al Museo, il prof. Smith, sulla scorta dei disegni della
carcassa e di alcune parti meglio conservate dell'animale, come la porzione
caudale della colonna vertebrale e parte della cintura pettorale, poteva
perfezionare la conoscenza di questo importante superstite mesozoico
di cui riconosceva la stretta affinità con il genere estinto
Macropoma della famiglia dei Celacantidi, dell'ordine Attinisti. Lo
battezzò Latimeria in onore di Miss Courtenay-Latimer, curatrice
del Museo, che per prima aveva ricevuto l'esemplare e ne aveva immediatamente
dato notizia al prof. Smith, affrettandosi a prendere i primi appunti
e le misure: erano stati, ad esempio, notati la colorazione azzurro
cupo tendente al bruno del tegumento rivestito di grosse scaglie gementi
muco e l'abbondante essudato oleoso dell'iniziata decomposizione.
"Ecco a tutte le parti del mondo piovere le richieste di notizie
più precise sullo strano essere antidiluviano; ecco piovere,
come si è detto commenti sfavorevoli e critiche severe, per aver
lasciato andare a male un così prezioso ed eccezionale reperto.
Il prof. Smith, in una seconda comunicazione su Nature, risponde alle
proteste degli zoologi eccitatissimi per la straordinaria cattura. Egli
dice che facile è criticare quando non si ha nozione di come
stiano le cose: ben pochi infatti sanno le condizioni della ricerca
scientifica nel Sud Africa, dove esiste soltanto un Museo, quello di
Città del Capo, attrezzato a sufficienza per la preparazione
di animali cospicui, con personale scientifico e tecnico che, all'infuori
di un solo ittiologo, è incompetente per i Pesci.
"Gli altri piccoli musei della costa sono poverissimi di mezzi
e di personale e dispongono di un solo curatore, che non può
evidentemente essere provetto in tutti i rami della Storia Naturale.
Tanto più meritevole perciò, aggiunge lo Smith, l'opera
di Miss Latimer, che all'arrivo dello stranissimo esemplare lo avvertì
subito; e nessuna colpa può essere attribuita a chicchessia se
la notizia gli giunse, a lui che si trovava a Knyoma, distante ben 400
miglia da East London, una decina di giorni più tardi!
"Dopo questi malaugurati avvenimenti e contrattempi, si fece evidente
la necessità di iniziare accuratissime ricerche per catturare
nuovi esemplari di Latimeria. Tutto quel poco che si era potuto appurare
sul primo, unico, malconcio animale, faceva prevedere che esso fosse
abitatore delle acque di profondità. Senza esitare, allora, il
prof. Smith iniziò questa indagine partendo dal presupposto che
un simile relitto non avrebbe mai potuto sopravvivere se non nella quiete
delle acque profonde, nascosto e protetto fra le rocce, lontano da competizioni
con specie più attive di pesci dell'epoca moderna.
"Per anni e anni con uno scrupolo straordinario, e pazienza e tenacia
senza pari, eccolo andare senza soste alla ricerca di un nuovo Celacanto,
orientando le sue indagini verso le acque del Canale di Mozambico. Non
trascurò di dare larga diffusione alla notizia tra gli abitanti
della costa dell'Oceano Indiano occidentale, fra i pescatori, distribuendo
anche appositi manifestini in varie lingue, inglese, francese e portoghese,
che illustravano le caratteristiche del rarissimo esemplare, la sua
antichissima storia, insieme con una fotografia della prima Latimeria
rinvenuta perché tutti potessero riconoscerla. Era offerto anche
un premio di 100 sterline per ciascuno dei primi due Pesci che fossero
stati catturati.
"La 'caccia' al Celacanto prendeva così proporzioni ragguardevoli;
ne erano interessate le autorità dei luoghi, e il prof. Smith
stesso, con sua moglie, esplorava per sei ani in lungo e in largo la
costa africana, speso a piedi, in luoghi anche inaccessibili, facendo
ricerche dappertutto. Dopo quattordici anni, ecco che finalmente la
notizia tanto attesa giunge un bel giorno al nostro appassionato studioso:
nell'incantevole isola Anjouan, dell'Arcipelago delle Comore, era stato
rinvenuto un secondo Celacanto! Lo Smith, con un aeroplano militare
messo a sua disposizione dal Primo Ministro dott. Malan, vola immediatamente
da Durban all'isola di Pamanzi e dopo 36 ore di viaggio, tra andata
e ritorno, entra in possesso del raro esemplare, che gli viene consegnato
dal comandante di una goletta da carico, il capitano Hunt, il quale
lo aveva avuto da un pescatore. Il grosso Celacanto, di un metro e 385
millimetri di lunghezza, era stato pescato all'amo, inescato con un
pesce, nelle acque della scogliera sommersa, a circa 200 m. dalla costa
in un fondale di sei piedi. Il pescatore lo aveva ucciso a colpi di
mazza sulla testa, procedimento non certo indicato a permettere una
qualsiasi preliminare indagine anatomica. Comunque, l'animale era stato
portato al mercato per essere venduto come "pesce da taglio".
Ma era stato riconosciuto subito da uno del luogo che dalle lettura
dei volantini era a conoscenza dell'intensa ricerca che di una simile
rarità si andava facendo da anni e soprattutto del premio in
denaro promesso al fortunato scopritore. L'animale fu così salvato,
sottratto alla vendita e portato al capitano Hunt. Anche questi, come
era prevedibile, non disponeva di alcun liquido conservativo per procedere
subito alla fissazione dell'animale, neanche di un po' di formalina.
Preoccupato di perderlo, ordinò così che venisse 'salato'
facendo un taglio lungo il dorso, dall'estremità del muso fino
alla coda, per far penetrare il sale. Questo procedimento naturalmente
condusse alla distruzione del cervello, di molte parti molli della testa
e, dato che il taglio interessava l'esofago, anche dei visceri.
"Il pesce fu poi trasportato a Pamanzi e qui, finalmente, vi fu
iniettata la formalina; quando il prof. Smith ne venne in possesso,
constatò le non troppo soddisfacenti condizioni dell'esemplare
in più parti lacerato: il cervello poi era andato completamente
perduto. Anche questa volta, nonostante la diligente organizzazione,
l'eccezionale, originalissimo ma anche tanto disgraziato pesce, non
si prestava che a un esame scientifico molto incompleto.
"Ma un grande passo avanti era stato compiuto: l'habitat del Celacanto
era ormai finalmente individuato! I nativi della zona riferirono pii
allo Smith che di esemplari simili, anche se più piccoli, se
ne erano pescati di quando in quando in quei luoghi; questo si ricordava
da generazioni e generazioni, sì che si poteva ormai con certezza
concludere che nell'Arcipelago delle Comore quella rara specie viveva
e forse anche altre specie. Al nuovo esemplare, che lo Smith ascriveva
a un secondo genere, veniva attribuito il nome di Malania, in onore
del Primo Ministro del Sud Africa, Dott. D. F. Malan, che ne aveva favorito
il laborioso ritrovamento.
"Dobbiamo alla scoperta dell'ambiente di vita dei Celacanti e all'organizzazione
di nuove ricerche sistematiche da parte dell'Istituto perla Ricerca
Scientifica del Madagascar, sotto il patrocinio dell'Amministrazione
superiore francese, se in meno di due anni si poterono assicurare allo
studio e alla scienza ben nove nuovi esemplari di Celacanti, pescati
fra Anjouan e la Grande Comora, che, opportunamente preparati e in ottimo
stato, hanno reso possibile un approfondito studio di questa rarità
e anche dei singoli organi, per i quali si dimostrò necessario
un preventivo trattamento, prima di procedere alla conservazione.
"Quali sono, dunque, le caratteristiche che rendono così
peculiari queste forme primitive di Pesci? E, innanzi tutto, siamo proprio
sicuri che Latimeria e Malania rappresentino due generi diversi? Gli
altri esemplari, venti successivamente alla luce nelle stesse acque
adiacenti a Madagascar, somigliano infatti strettamente al primo genere
Latimeria; ma vi è di più: l'incertezza, l'incompletezza,
il contrasto dei dati ricavati dal secondo esemplare così profondamente
alterato
"Dobbiamo intanto osservare la singolare disposizione e conformazione
delle pinne del Celacanto: le pari, due pettorali e due pelviche; le
impari, due dorsali e l'anale. Eccettuata la prima pinna dorsale, le
altre hanno un aspetto peculiare, specie le due pettorali che, inserite
come sono su due peduncoli muscolari, provviste di uno scheletro assile
e di un complesso sistema di muscoli, possono assumere le posizioni
più varie e, essendo spostate in avanti, permettere ampi movimenti
a guisa di 'zampe'. Viene fatto di supporre un originario adattamento
dell'animale alla deambulazione in condizioni di vita semianfibia e
non è improbabile che simile adattamento comporti nel Celacanto
attuale, opportunamente designato dal volgo come "pesce con le
zampe", la possibilità di 'camminare sul fondo'.
"D'altro canto, la parte posteriore del corpo dove si estende la
grande pinna caudale, non si costringe gradualmente, come avviene di
regola nei Pesci, ma è segnata da una separazione netta dell'estremità
caudale, che si restringe rapidamente prolungandosi in una listerella
che separa i raggi ella pinna in due lembi eguali, l'uno dorsale, l'altro
ventrale. Una simile pinna caudale, cui segue una piccola pinna supplementare,
serve da ottimo timone nel nuoto, soltanto in via eccezionale da propulsore
nella caccia e nella fuga. Queste sono caratteristiche che si ritrovano
in tutti i Celacanti estinti, così come le grosse squame cicloidi
embricate che rivestono il moderno Celacanto e sono assai simili a quelle
delle forme del Carbonifero.
"Altra condizione singolare sarebe quella, desunta però
da un giudizio assai dubbio del tassidermista, di possedere una vescica
natatoria a pareti assai deboli, mentre si sa che i Celacanti estinti
posseggono una vescica natatoria rigida per una impalcatura della parete
costituita da lamine ossee, ciò che esclude che essa potesse
funzionare da 'polmone' come nei Dipnoi attuali. A questa vescica natatoria
ossificata riesce molto difficile attribuire una funzione: che di sicuro
ha, ma non è certo quella di organo idrostatico come nei Pesci
attuali, nei quali la vescica, ripiena di gas, regola, è noto,
il galleggiamento dell'animale ad una data profondità.
"La giusta rinomanza conquistata dal Celacanto, la cui scoperta,
come dice il Le Danois, è da considerare forse "l'avvenimento
più importante del secolo in materia di storia naturale",
si deve ancora ad altre peculiarità e soprattutto alla persistenza
di caratteristiche embrionali tipiche dei Vertebrati, quali, tra le
altre, e fra quelle più sicuramente accertate, uno scheletro
assile fibroso rappresentato esclusivamente dalla corda dorsale e privo
di corpi vertebrali, e un cuore semplice lineare.
"Tutte le strutture scheletriche boccali del Celacanto superstite
hanno a che fare con lo scheletro della bocca della maggioranza dei
pesci attuali derivante dall'arco mandibolare, ma ricordano piuttosto
e molto da vicino le corrispondenti strutture di quei Ripidisti o Osteolepidoti
dai quali si ritiene siano derivati i Celacanti fossili in un periodo
iniziale del Devoniano di una durata valutabile a 14 milioni di anni.
E tanto i Ripidisti quanto i Celacanti potrebbero alla loro volta sempre
ipoteticamente, farsi derivare da un antenato Agnatostomo, privo di
scheletro osseo e di impalcatura scheletrica di sostegno della bocca,
come gli attuali Ciclostomi. Dal primo arco branchiale di questo ipotetico
progenitore degli Gnatostomi odierni si sarebbero sviluppate mascelle
e mandibola: quest'ultima esiste nel moderno Celacanto, mentre le ossificazioni
corrispondenti ai mascellari superiori sono qui di pura origine dermica
e in tale condizione permangono senza evolversi ulteriormente: sono
assenti, cioè, i mascellari e probabilmente anche i premascellari.
"L'ipotesi che abbiamo esposto potrebbe trovare conforto nel fatto
constatato che gli archi branchiali del Celacanto sono riccamente dotati
di denti, utili forse a rafforzare l'azione di presa di grosse prede
da parte della potente mandibola in assenza di mascellari superiori.
Tutte queste - è evidente - sono soltanto congetture che non
si basano su fatti dimostrati: tuttavia è fuor di dubbio che
esse possono indicarci che mentre i vari gruppi animali si andavano
trasformando ed evolvendo, i Celacanti, quasi sfidando la evoluzione,
si arrestarono nelle condizioni in cui il gruppo cui appartenevano si
trovava all'inizio del Devoniano. Il Celacanto attuale corrisponde infatti
perfettamente a tutti Celacantidi fossili che i paleontologi hanno scoperto
e scoprono ancor oggi in quei giacimenti antichissimi. Fossile vivente
per eccellenza, dunque, superstite del grande gruppo dei Crossopterigi
da cui dovettero evolversi tutti i Vertebrati a respirazione aerea;
fossile, ma nostro contemporaneo, rimasto immutato in quello stadio
che forse dette origine, per successive trasformazioni e attraverso
condizioni di vita anfibia, ai primi Tetrapodi che abitarono la Terra.
"Il nostro Celacanto è sopravvissuto, non si sa come, a
segnarci una elle tappe della evoluzione organica nel corso delle successive
epoche geologiche ein questa sua lunga storia non ha subito che minime
variazioni, forse nessun vero cambiamento, ciò che ci sembra
tanto più misterioso e incomprensibile quando si tien conto che
i Celacanti non vissero sempre nel medesimo ambiente, quelli del Devoniano
essendo infatti animali marini, laddove quelli del Carbonifero si dimostrano
essere in prevalenza d'acqua dolce. Nel Trias, successivamente, riapparvero
forme marine delle acque costiere, ma i loro discendenti preferirono
discendere in acque più profonde, fra i 150 e i 400 m., dove
oggi li ritroviamo [in realtà, come abbiamo visto e come successive
indagini hanno mostrato, in acque ancora più profonde: nota nostra].
Per quale ragione tutti questi successivi cambiamenti di condizioni
ambientali, climatiche, ecc. non abbiano influito sui Celacanti, di
cui ignoriamo le abitudini, che certo si devono porre tra le cause della
loro singolare stabilità attraverso i tempi, resta ancora e forse
sempre resterà un mistero!
"Altrettanto misteriosa appare la loro odierna localizzazione in
una ristrettissima area, il Canale di Mozambico, in un ambiente che
ancora non conosciamo nei particolari, tra le anfrattuosità degli
scogli basaltici sottomarini che sembrano custodire, come in un archivio
ancora inesplorato, questo tipo di organizzazione primitiva di Vertebrati
rimasto intatto e immutato da milioni e milioni di anni.
"Ma gli interrogativi che ci pone la scoperta di questo fossili
viventi non si esauriscono qui: come ancora, ad esempio, spiegare la
relativa rarità con cui si rinvengono di norma i Celacanti fossili
a confronti dei reperti forniti da certe rocce del Trias degli Stati
Uniti, dove essi si ritrovano invece a centinaia e centinaia di esemplari?
È questa la prova di una straordinaria inesplicabile localizzazione
che ebbero queste forme in determinate zone o non è la rarità
riscontrata soltanto apparente, dovuta cioè a un'incompletezza
degli archivi paleontologici che noi interroghiamo? Come spiegare ancora
che, mentre dal Devoniano al Cretaceo superiore i Celacanti, se pur
rari, ma largamente diffusi, si ritrovano quasi senza soluzione di continuità
nelle varie epoche, nei successivi terreni geologici, per una durata
che è calcolabile a 70 milioni di anni e più, scompaiono
del tutto per riapparire 'viventi' isolati in questa zona limitatissima
delle acque di Mozambico? Potrà un giorno essere colmata questa
lacuna della storia dei Celacanti che va dal periodo post-Cretaceo ad
oggi? Nessuno lo può escludere. Certo è che i problemi
che l'antichità dei Celacanti ci prospetta, sono fra i più
suggestivi; e. senza voler ripetere qui l'esagerata affermazione, pur
proclamata dalla stampa e dalla radio, che i Celacanti possano essere
considerati i nostri antenati diretti o per lo meno le forme più
strettamente affini a quegli, pure dobbiamo dedurre, dal confronto dei
Celacanti fossili con la specie o le specie viventi, la permanenza fino
ai tempi attuali di queste forme estremamente specializzate e la probabilità
che esse siano progenitrici dei Tetrapodi primitivi."
Molta parte delle caratteristiche misteriose e pressoché inspiegabili
della struttura anatomica del Celacanto, come abbiamo già accennato,
comincerebbe tuttavia a diventare assai più comprensibile se
i biologi mettessero tra parentesi, sia pure come semplice ipotesi di
lavoro, le loro ferree convinzioni evoluzionistiche, e guardassero al
Celacanto come un esempio di fissismo delle specie. Allora la sua mancanza
di 'evoluzione', nel corso di centinaia di milioni di anni, cesserebbe
di costituire un enigma e apparirebbe come un dato perfettamente naturale.
Ma non è questa la sede per aprire un tale discorso: ci siamo
limitati ad affacciare una ipotesi che, naturalmente, ben sappiamo essere
alquanto eterodossa nel quadro del paradigma scientifico "ufficiale".
Ma non sono queste ipotesi eterodosse quelle che, di tempo in tempo,
hanno fatto progredire le nostre conoscenze sulla natura, rompendo gli
schemi consolidati e un tantino abitudinari di un sapere eccessivamente
tradizionalista?
Prima di concludere, c'è un'ultima osservazione che vorremmo
fare. Il caso del Celacanto ci prospetta anche una questione etica che
ci vede, per una volta tanto (dopo che abbiamo causato e continuiamo
a causare la scomparsa d'innumerevoli specie viventi) nella funzione
di possibili difensori dall'estinzione di una specie vivente antichissima.
Noi umani abbiamo degli obblighi morali nei confronti del Celacanto,
a cominciare da quello di andarci piano con la caccia e la cattura di
questo straordinario pesce. Non sarebbe la prima volta che, in nome
della scienza (oltre che del commercio e dell'industria, o più
genericamente del 'progresso') si porta all'estinzione una specie che
aveva lottato milioni di anni per sopravvivere.
A questo proposito, ci piace riportare le riflessioni conclusive del
professor Thompson nel già citato libro La storia del Celacato
(pp. 249-251).
"Infine, dovremmo porci l'interrogativo etico: quanto è
importante la sopravvivenza della specie Latimeria Chalumnae? In fondo,
si tratta soltanto di un pesce, e non commestibile per giunta. È
un interrogativo che si può porre per qualsiasi specie, compresa
la nostra. Cinquant'anni fa non sapevamo che esistesse una popolazione
di Celacanti viventi, così a chi sarebbe importato se si fosse
estinta nel giro di altri cinquant'anni? Ma questa specie la conosciamo,
naturalmente, ed è un po' come il problema del gattino randagio.
Una volta che lo si è preso in casa, se ne è responsabili.
"Ci sono parecchie ovvie ragioni perle quali dovremmo assicurare
la sopravvivenza della specie. Abbiamo scoperto questo pesce per caso
e abbiamo l'obbligo morale di preservarlo perché le future generazioni
lo possano vedere e conoscere. Abbiamo l'obbligo morale di riconoscere
la nostra ignoranza e di porre fine a pratiche che possono essere pericolose
per la sopravvivenza del pesce. Se la specie bisogno dell'intervento
dell'uomo per sopravvivere, ed è palese che non ne ha, dovremmo
essere sicuri di sapere quello che stiamo facendo. La Latimeria Chalumnae
nin rappresenta un ostacolo per le attività dell'uomo, perciò
non siamo nella posizione di barattare la sua estinzione con qualche
tangibile beneficio a nostro favore. Non si trova sulla nostra strada;
la sua esistenza non impedisce di costruire un bacino idrico o di dar
dai mangiare ai bambini affamati. Non abbiamo bisogno del suo habitat
per costruire basi navali o per testare pesticidi.
"E la Latimeria, possiamo dire, non offre neppure una qualche concreta
opportunità economica (fatta eccezione per alcuni aspiranti showmen).
Il suo olio non ha nessun evidente valore medicinale (mentre quello
del Ruvettus ne ha, ma nessuno è interessato al Ruvettus). L'olio
non è proprio un afrodisiaco e non provoca nemmeno il cancro
al fegato: sono tutte sciocchezze. In pratica, abbiamo bisogno di assicurarci
che la Latimeria non estingua semplicemente perché la nostra
specie ama la conoscenza e c'è ancora tanto da conoscere di questo
animale.
"Abbiamo l'obbligo morale di non essere sconsiderati con qualcosa
che appartiene a qualcun altro. Se ci stessimo occupando di una proprietà
reale - un'auto un pozzo petrolifero - avremmo anche un obbligo leale.
Ma il Celacanto vivente appartiene a qualcun altro. Appartiene soprattutto
alle future generazioni, generazioni delle Comore, come pure di americani,
di inglesi o di giapponesi, alla gente comune come agli scienziati.
Noi scienziati probabilmente meno di cinquanat) che studiamo attivamente
i Celacanti, unitamente ai venti (o giù di lì) imprenditori
che vogliono sfruttarli (in effetti, anche gli scienziati li sfruttano,
naturalmente) rappresentiamo difficilmente la maggioranza degli azionisti.
"Fra tutte le specie in pericolo del mondo, la Latimeria Chalumnae
può essere l'unico organismo la cui estinzione sia causata
dagli scienziati. Ci sono parecchie specie di orchidee e di conchiglie
che sono state portate a estinzione (o quasi) dai raccoglitori dopo
che gli scienziati le avevano scoperte, ma nel caso della Latimeria
la caccia è stata condotta essenzialmente dagli uomini di scienza.
La specie è stata scoperta da scienziati e raccolta per scienziati,
per la ricerca e (finora almeno) per essere esibita in istituzioni scientifiche.
Questo è un altro primato storico per la scienza, anche se di
dubbio prestigio.
"Quindi gli scienziati hanno la gravosa responsabilità della
sua sopravvivenza: se la Latimeria si estingue, non ci sarà veramente
nessun altro da biasimare.
"Ci si adatta più facilmente all'estinzione di una specie
quando si verifica 'per caso'. Ma sappiamo che la maggior parte dei
'casi' sono provocati, di solito dall'avidità o dalla stupidità.
Una volta che la possibilità di lasciare semplicemente il pesce
in pace è stata espressa chiaramente, è difficile ignorarla.
Non ci si rimette niente a prendere ancora uno o due esemplari per una
ricerca progettata con cura e a vietare quindi del tutto la pesca. Il
pubblico mondiale dovrà aspettare alcuni anni prima di assistere
alo spettacolo eccitante di un Celacanto vivo chiuso in un acquario.
Nel frattempo, si accontenterà delle favolose immagini televisive
che mostrano il pesce libero di muoversi normalmente nel suo ambiente
naturale.
La Latimeria Chalumnae è solo un altro pesce. Ma
"
Francesco Lamendola
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