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ESISTONO ANCORA DRAGHI E
DINOSAURI ? di Francesco Lamendola
Tutti conoscono la leggenda di San Giorgio che affronta e
uccide il drago per salvare la vita di una bella principessa
che sta per esserne divorata.
Essa è riportata dal vescovo Jacopo da Varazze (o da Varagine),
vissuto nel XIII secolo, nel suo celeberrimo libro "Legenda aurea",
raccolta di vite di santi che fu letta e riletta dai devoti cristiani
per secoli e secoli. Narra dunque Jacopo da Varazze che Giorgio di
Cappadocia, tribuno militare romano, arrivò un giorno alla
città di Silene, in Libia.
Presso la città si estendeva uno stagno "vasto come il
mare" dal quale usciva un drago orrendo che divorava uomini e
armenti e il cui fiato micidiale uccideva perfino coloro che cercavano
rifugio sulle mura. Gli abitanti, dopo aver fatto alcuni inutili tentativi
per ucciderlo, si eran visti costretti a offrirgli in pasto ogni giorno
due pecore; poi, venendo meno gli animali, una pecora e un uomo, estratto
a sorte fra gli infelici cittadini. Un giorno le sorti caddero sull'unica
figlia del re. Egli tentò in ogni modo di salvare la fanciulla
dall'orribile fine, ma gli abitanti, essendo entrato ormai il lutto
in ogni famiglia, lo forzarono a rassegnarsi. Così la giovinetta,
chiesta la benedizione del padre, uscì tutta sola dalla, città
incontro al suo destino, mentre il popolo si accalcava sulle mura.
Fu proprio in quel momento che sopraggiunse Giorgio sul suo cavallo.
Vedendola in lacrime, e notando la folla sui bastioni, le domandò
che cosa avesse. Ella per tutta risposta lo invitò a fuggire
via subito, ma così non fece altro che accrescere la curiosità
di Giorgio. Mentre parlavano ancora, il mostro emerse dalle acque
del lago, e subito la fanciulla esortò il santo a fuggire finché
era in tempo. Ma Giorgio partì lancia in resta contro il drago
e lo affrontò tutto solo. Qui Jacopo fornisce due versioni
della lotta. Secondo la prima, egli ferì il drago gravemente,
tanto che la figlia del re fu in grado di portarlo in città
mansueto come un cagnolino. Il popolo ne fu atterrito, ma poi, tranquillizzato
da Giorgio, ricevette in massa il battesimo cristiano; dopo di che
il santo uccise il drago.
Secondo l'altra versione, Giorgio, fattosi il segno della croce,
partì al galoppo contro il mostro e lo uccise al primo assalto.
Ci vollero quattro paia di buoi per portare via il corpo del drago
caricato su un carro. Poi Giorgio ripartì, rifiutando dal re
una forte somma di denaro e dicendogli di distribuirla ai poveri.
Prima di andarsene, diede al re questi quattro ammaestramenti: di
curare le nuove chiese, onorare il clero, ascoltare la messa e assistere
gli indigenti. In quel giorno avevano ricevuto il battesimo ventimila
maschi adulti e il re aveva ordinato la costruzione di una chiesa
dedicata alla Madonna e al beato Giorgio, dalla quale scaturì
poi una fonte miracolosa,. Qui finisce il raccolto del drago. (1)
Naturalmente è possibile interpretare la leggenda in chiave
puramente allegorica, e cioè come una raffigurazione della
lotta fra il Bene e il Male che mescola motivi egizi (il dio
Horus, a cavallo, che trafigge un coccodrillo del Nilo), persiani
(l'eterno conflitto fra il principio della luce, Ahura Mazda,
e quello delle tenebre, Ahriman), greci (Perseo che
libera Andromeda uccidendo il dragone che emerge dalle acque del Mar
Rosso) e cristiani (il governatore provinciale Daciano che, per la
sua ferocia nella persecuzione dei credenti, era denominato "draco
abyssorum"). Tuttavia, è appena il caso di ricordare che
l'archeologo tedesco Koldewey, ai primi del Novcento, rimase profondamente
colpito, negli scavi di Babilonia, dai rilievi di creature rettiloidi
che ricordavano gli antichi dinosauri e che ciò diede origine
all'ipotesi che gli antichi Mesopotamici, per i loro riti religiosi,
allevassero qualche esemplare di sauriani giganteschi, sopravvissuti
all'estinzione della loro specie.
Analoga impressione paiono suggerire le raffigurazioni delle tavolette
dei cosmetici del re Narmer, conservate presso il Museo Egizio
del Cairo. (2)
Tutto questo senza contare l'enigma delle cosiddette "pietre
di Ica", nel Perù, che raffigurano esseri umani e
dinosauri come se fossero contemporanei; delle quali è stato
dimostrato che una parte sono sicuramente dei falsi, ma per un'altra
parte non è ancora possibile esprimere un giudizio scientifico
definitivo.
Certo, secondo le nostre attuali conoscenze i dinosauri si sono estinti
decine di milioni d'anni fa; ma non potrebbe darsi che alcune specie
siano sopravvissute fino a tempi storici?
Dopotutto, dopo che nel 1938 è stato ripescato vivo e vegeto,
belle acque del Sud Africa, il pesce "Celachantus",
che la scienza 'ufficiale' sosteneva estinto da milioni di
anni, bisognerebbe essere molto cauti nell'escludere una eventualità
del genere, per quanto remota e improbabile essa possa apparire a
prima vista.
Dobbiamo adesso ricordare le sporadiche segnalazioni, da parte di
viaggiatori ed esploratori europei, nel XIX e all'inizio del XX secolo,
di animali mostruosi che vivrebbero nelle paludi e nei laghi dell'Africa
centrale. (3)
Gli avvistamenti avrebbero avuto luogo nel Camerun, nel lago Vittoria,
nel Lago Bangweolo (Zambia), dunque attraverso una vastissima fascia
di territorio dall'Oceano Atlantico fino in prossimità dell'Indiano
(4); fra i testimoni oculari citiamo esploratori più o
meno noti, come l'inglese Sir Clement Hill, il tedesco Alfred Aloysius
Horn, mentre altri ne raccolsero notizie indirette (tracce nella foresta,
racconti degli indigeni).
Secondo tali descrizioni, specialmente quelle dello Hill, che disse
di aver visto l'animale da vicino, nel Lago Vittoria, esso aveva approssimativamente
l'aspetto e le dimensioni di un dinosauro erbivoro. (5)
Ora, fra i laghi e le foreste dell'Africa centrale e le regioni vicine
al Mediterraneo si estende l'immenso Deserto del Sahara, che costituirebbe
una barriera invalicabile a un eventuale rettile di grandi dimensioni;
ma, in tempi antichi, esso era ricoperta da foreste o, quanto meno,
da praterie; il processo d'essiccamento non era ancora del tutto concluso
nei primi secoli dell'era cristiana. La fauna dell'odierno Sahara
era quella della foresta o della steppa, come è testimoniato
in maniera diretta dai graffiti del Tibesti e di altre zone riproducenti
bufali, giraffe, elefanti (6); e in maniera indiretta dalle
fiere che i Romani catturavano per gli spettacoli del circo. Il leone
oggi è scomparso a nord del Sahara (7), come lo è
pure l'ippopotamo dall'Egitto.
Tornando alla leggenda di San Giorgio, la tradizione afferma che
ildrago da lui ucciso era un mostro acquatico, che viveva in un vasto
lago. Una coincidenza invero notevole coi racconti di Hill, Gratz,
Schonburgk, Glober. Una ricerca in questa direzione sarebbe interessante,
perché consentirebbe di affacciare l'ipotesi di una interpretazione
non allegorica, ma naturalistica del racconto della lotta fra San
Giorgio e il drago, anche se, per ovvie ragioni, ben difficilmente
potrebbe uscire dal campo delle mere ipotesi. E tuttavia, per scrupolo
di completezza, vogliamo suggerire anche questa possibilità.
Né si creda che solo dall'Africa centrale giungano notizie
di avvistamenti di animali mostruosi simili a dinosauri: in effetti,
esse provengono da tutto il mondo.
Nel lago Labynkyr, In Siberia, un rettile gigantesco fu avvistato
fin dal 1953, e il protagonista dello strano incontro fu proprio uno
scienziato: ilgeologo V. Tjerdokherbov. (8)
Si può dire anzi che ogni continente vanti il suo "mostro
acquatico", o anche più di uno: il Nord America il mostro
del lago Champlain, al confine tra Canada e Stati Uniti (9),
quello del Manipogo
(Canada e quelli di Slimey
Slim (in due diverse località degli Stati Uniti occidentali);
il Sud America, il mostro del Lago Bianco,in Cile; l'Oceania, il mostro
di Waitoreke, nell'Isola del Sud della Nuova Zelanda. L'Europa ne
vanta almeno cinque: il famosissimo "Nessie"
del Lago di Loch Ness (Scozia), il serpente del Lago Storsjö
(Svezia), quello del Hvler (Norvegia) e addirittura due la piccola
Irlanda: quello di Pooka e quello di Piast. (10) Ma i
"mostri" europei potrebbero salire a sei (e anche di
più) tenendo conto, ad esempio, del serpente mostruoso che
fu visto in Friuli, presso Sarone, nel 1963 e di cui si occupò
anche la stampa, nell'estate del 1963. (11) In realtà,
l'elenco completo degli avvistamenti sarebbe lunghissimo e potrebbe
continuare per pagine e pagine.
Ancora nel XVII secolo un illustre scrittore italiano, il padre gesuita
Daniello Bartoli (1608-1685), ferrarese, aveva raccolto la tradizione
relativa a un drago che, in passato, infestava le contrade dell'isola
di Rodi, uccidendo uomini e bestie, finché un cavaliere gerosolimitano
non l'aveva affrontato e ucciso, dopo essersi lungamente preparato
al cimento.
"Assai delle volte avrete udito mentovare il famoso dragone apparito
nelle campagne di Rodi mentre quell'isola si teneva da cavalieri ora
di Malta, e la spaventosa bestia ch'egli era. D'un informe corpaccio
grande quanto un mediocre cavallo; l'orribil capo tutto cosa di drago;
bocca grande e squarciata, denti acutissimi, occhi focosi e sanguigni,
due grandi orecchie spenzolate, e un fiato di mortalissimo veleno.
Del corpo, il dosso bigio; e ne spuntavan due ali carnose e unghiute,
che dibatteva e svolazzava per ispavento, non perché punto
il levasser da terra. Tutto era macchiato di rotelle, verdi, nere,
sanguigne, fosche: segni e fior di veleno. Armato poi d'un cuoio a
modo di corazza, impenetrabile ad ogni arme, perocché tutto
era un commesso di piastrelle e di maglie di durissima tempra, fuor
solamente il gran ventre livido e gialliccio. Andava su quattro piedi
e le due branche aveva armate di terribili unghie. Dietro si traeva
una lunghissima coda, che non gli era punto oziosa, o inutile al danneggiare;
che d'essa, come d'una serpe, valevasi ad avvinghiare e stringere
con più giri evolute; oltre alle forti percosse, con che atterrava
chi d'alcuna incogliesse.
"Solitudine e desolazione era tutto il paese a grande spazio
intorno al colle di S. Stefano, alle cui falde egli abitava dentro
una palude, ivi medesimo ove era nato, d'un marciume d'acqua scolatavi
e imputridita: e in mostrarsi colà intorno uomo o animale,
il dragone assassino gli era sopra a sbranarlo, e pascersi delle sue
carni. Un tal mostro, che il capriccio de' dipintori e de' romanzieri
nol saprebbono fantasticare a fingerlo più spaventoso, ebbe
cuore e spirito di assalirlo fra' Diodato da Gozzone, quegli che poscia
fu il ventesimosesto gran Maestro dell'Ordine di que' cavalieri. Ma
non fu, perciò, che il desio della gloria per sé e del
ben pubblico (ch'era liberar l'isola da una si nocevole pestilenza)
il rendesse più animoso che consigliato, portandolo via come
di lancio ad avventurarsi a quell'impresa. Egli venne da Rodi al suo
castello Gozzone; e quivi apparecchiatosi d'un caval generoso e di
due gran cani da presa, ogni dì per più ore isperimentava
se ed essi davanti ad un dragone posticcio, ma quanto il più
far si poté, lavorato a somiglianza del vero; e dentrovi un
uomo ben destro a maneggiarlo, imperversando, avventandosi, impennando,
gittando le branche, e facendo quelle terribili forze in difese e
in assalti che poscia il vero dragone. Intanto il cavaliere, armeggiandogli
intorno col buon cavallo, e aizzandogli i cani, toglieva a questi
il timore e dava loro ardire, e sé addestrava, in una finta
schermaglia, al come di poi far davvero. Così stato in quella
scuola finché gli parve poterne oramai uscire al fatto, navigò
col cavallo e i cani a Rodi, e occultamente ad ogni altro (a cagion
del divieto che ve ne avea) fuor solo a due servidori, che lasciò
dalla lungi a cedere il fatto e null'altro, presentossi alla disfida
del drago. E ben s'avvide ai fatti quanto l'essersi addestrato percosì
lungo tempo gli tornasse giovevole; perocché bastò,
ma in verità appena.
"Incontrollo a tutta corsa del cavallo con un ben assestato colpo
di lancia; ma, come l'avesse corsa in uno scoglio, non fe' piaga,
e si fe' ella scheggia. Dunque smontato a pie' gli fu mestieri di
prender la zuffa con lo scudo imbracciato e la spada in pugno a faccia
a faccia col drago: il quale, tutto dirittosi sopra i due ultimi piedi,
tal gli menò d'una branca un colpo sopra lo scudo con cui il
cavaliere si riparò che ne vinse il braccio e disarmoglielo;
ma come volle Iddio, l'assannare che un di que' valorosi cani fe'
il drago in parte dove orribilmente gli dolse, e al medesimo tempo,
entrargli il cavaliere con due penetranti stoccate dentro alla gola,
gliel batté a' piedi vinto: anzi il vinto e il vincitore, quello
addosso a questo e presso a schiacciarlo col peso, caddero amendue
sul campo; ma riscosso a gran pena di sotto l'orribil fiera,il valoroso
tornossene con la vittoria re col merito di quel degno titolo d'Extintor
draconis, che di poi ebbe ad eterna sua lode incisogli nel sepolcro
fra' gran Maestri di Rodi." (12)
Certo, si può immaginare che, per il Bartoli, tutto l'episodio
non sia altro che un'allegoria dell'uomo giunto in punto di morte
(il cavaliere) che deve affrontare le ambasce della morte corporea
(il drago), allenandosi adeguatamente dal punto di vista spirituale;
ma è altrettanto possibile, per non dire probabile, che egli
abbia raccolto una tradizione esistente sulle sponde del Mediterraneo
orientale, forse di origine bizantina o magari ancora più antica,
e che su di essa abbia poi costruito la sua parabola morale. Il che
ci riporterebbe, ancora una volta, nell'ambito geografico dell'Asia
Minore e in quello della Cristianità d'Oriente, donde appunto
la leggenda di San Giorgio e il drago aveva preso le mosse.
Se poi vogliamo risalire ancora più indietro, scopriremo -
non senza una certa sorpresa - che l'esercito romano di Attilio Regolo,
sbarcato in Africa (odierna Tunisia) durante la prima
guerra punica, aveva avuto a che fare con un immenso serpente che
molestava l'accampamento delle legioni presso le sponde del fiume
Bagradha; al punto che, per averne ragione, non bastando lance e spade
fu necessario far entrare in azione addirittura le balliste.
L'episodio di cui ci occupiamo si colloca nel 256 o 255 a. C., quando,
nella fase iniziale della Prima guerra punica, i consoli M. Attilio
Regolo e L. Manlio Vulsone, sconfitta una flotta cartaginese al Capo
Ecnomo, erano sbarcati in Africa con un esercito e avevano marciato
audacemente contro la capitale nemica. Richiamato Vulsone in Sicilia
per ordine del Senato, Regolo con 40 navi e 15:000 uomini aveva proseguito
da solo le operazioni, battendo i Cartaginesi e inducendoli a chiedere
la pace. (13) Questa non venne conclusa perché il comandante
romano, imbaldanzito dai successi, volle porre condizioni eccessivamente
dure: le vicende belliche subirono poi un capovolgimento e l'esercito
romano andò incontro a un tragico destino. Ma questo esula
dal nostro orizzonte: noi faremo un passo indietro e torneremo all'inverno
256-55, quando i legionari, sbarcati a Clypea (o Clupea), a est di
Cartagine, erano impegnati nelle operazioni d'assedio della capitale
punica. Racconta dunque Valerio Massimo che "in Africa, apud
Bagrada flumen, tantae magnitudinis anguem fuisse tradunt, ut Atilii
Reguli exercitum usu prohibèret". Il passo completo è
tratto da un libro perduto di Tito Livio (14) e recita così:
"In Africa, sulle rive del fiume Bagrada, v'era un serpente
d'una tale mole che impediva all'esercito di Attilio Regolo dei servirsi
di quell'acqua; molti soldati erano stati presi dalle sue enormi fauci
e in maggior numero strozzati dalle spire della sua coda. Le frecce
che gli lanciavano non riuscivano a ferirlo. Alla fine con le balestre
lo si finì facendo piovere sul suo corpo da ogni parte gran
quantità di pesanti pietre: A tutte le coorti e le legioni
era apparso oggetto di terrore assai più della stessa Cartagine
e quando il suo sangue si mescolò all'acqua del fiume e le
esalazioni pestifere del suo cadavere infestarono tutta la regione,
l'esercito fu costretto a spostare il campo. Aggiunge, inoltre, Tito
Livio che la pelle del serpente, che misurava centoventi piedi, fu
mandata a Roma." (15)
Questo incontro fra gli esseri umani e una creatura animale mostruosa
è uno dei meglio documentati dell'antichità, per cui
ci soffermeremo un po' su di esso.
Ne parlano, infatti, moltissimi autori latini. Aulo Gellio, l'autore
delle celeberrime Notti attiche, da parte sua, nel riferirlo dice
di averlo trovato nelle Storie di Quinto Elio Tuberone: "Tuberone
lasciò scritto (
) che avendo il console Attilio Regolo,
durante la prima guerra punica, posto i propri accampamenti sulle
rive del fiume Bagrada, dovette ingaggiare un combattimento lungo
e aspro contro un serpente di inusitata grandezza, il quale aveva
la propria dimora in quei luoghi; dopo una lunga lotta di tutto l'esercito
per mezzo di balestre e catapulte, avendolo ucciso, ne mandò
a Roma la pelle lunga 120 piedi."(16) Ora, poiché noi
sappiamo che un piede romano era una misura di lunghezza equivalente
a circa 30 cm:, se ne ricava che la pelle del "serpente"
ucciso dai legionari di Regolo doveva misurare 120 x 30= 3.600 cm.,
ossia 36 metri!
Prima di domandarci a che razza di creatura dovesse appartenere una
pelle di tali dimensioni, diamo la parola a quello, fra gli autori
antichi, che si diffonde con la maggiore abbondanza di particolari
su questo episodio, cioè lo spagnolo Paolo Orosio (inizi del
V sec. d..), amico e collaboratore di Sant'Agostino. Nelle sue Storie
contro i pgagani (Orosii historiarum adversus paganos libri septem),
egli scrive: "Il console Manlio lasciò l'Africa con la
flotta vittoriosa e fece ritorno a Roma con ventisettemila prigionieri
e grandi prede. Regolo, al quale era stato conferito l'incarico di
continuare la guerra, marciò con l'esercito e pose il campo
non lontano dal fiume Bagrada. Qui molti soldati, che erano scesi
al fiume per rifornirsi d'acqua, furono divorati da un serpente di
eccezionale grandezza: perciò Regolo decise di andare con l'esercito
a combattere la bestia. Ma a nulla servirono i giavellotti e ogni
sorta di proiettili che gli scagliavano addosso, giacchè, come
se avessero colpito una "testuggine" formata dagli scudi
inclinati, i giavellotti scivolavano sulla mostruosa compagine delle
squame, respinti in modo sorprendente dal corpo della bestia, che
non riuscivano minimamente ad offendere. Perciò Regolo, vedendo
che un gran numero dei suoi soldati era dilaniato dai morsi del serpente
o atterrato dai suoi attacchi furibondi o anche tramortito dall'alito
pestilenziale, fece entrare in azione le balliste, le quali, colpendo
con sassi grossi come macine la spina dorsale della bestia, spezzarono
tutta l'articolazione del suo corpo. Questa infatti è la natura
del serpente, che mentre sembra privo di piedi, è però
provvisto di squame e di costole, che sono disposte uniformemente
dalla sommità del collo fino in fondo al ventre e che, quando
si muove, gli servono le prime quasi da unghie e le seconde da zampe.
(
) Questa conformazione fa sì che in qualunque parte
del corpo, dal ventre fino alla testa, il serpente sia colpito, rimane
paralizzato e non è più capace di muoversi, giacchè,
dovunque il colpo arrivi, esso gli spezza la spina dorsale, che imprime
il movimento alle costole e a tutto il corpo. Perciò anche
questo serpente, che per tanto tempo nessun giavellotto aveva potuto
scalfire, fu immobilizzato dal colpo di un sasso, di modo che i romani
poterono attorniarlo e ucciderlo facilmente con le armi. La sua pelle
- a quanto si dice, misurava centoventi piedi - fu portata a Roma
e per qualche tempo suscitò la meraviglia di tutti."(17)
Prima di Orosio e prima di Aulo Gellio, ma un po' dopo Valerio Massimo
(che dedica la sua opera all'imperatore Tiberio), il filosofo Lucio
Anneo Seneca aveva anch'egli ricordato il mostro del fiume Bagrada.
"Quel feroce serpente dell'Africa - scrive - che le legioni romane
temevano più della stessa guerra, fu preso invano di mira con
frecce e con frombole. Non l'avrebbe ferito neppure l'arco di Apollo.
La durezza del suo corpo mostruoso non era scalfita né dal
ferro né da qualunque proiettile scagliato da mano d'uomo.
Alla fine fu schiacciato sotto pesanti macigni". (18)Che conclusioni
possiamo trarre da tutto quanto fin qui esposto?
Forse la scienza ufficiale, la biologia in primo luogo, dovrebbe essere
cauta prima di liquidare come "impossibili" gli indizi della
sopravvivenza, in epoca storica, di grandi rettili di cui la leggenda
di San Giorgio e il drago, il racconto del dragone di Rodi e i più
recenti avvistamenti in numerosi luoghi del pianeta potrebbero essere
altrettanti segnali. Prudenza e puro amore per la ricerca, per i fatti:
anche se i fatti sembrano smentire un aspetto significativo del paradigma
evoluzionistico oggi imperante. Perché dare torto ai fatti
per preservare le teorie scientifiche è il modo più
sicuro per andare incontro a delle brutte figure; ciò che -
negli ultimi decenni - non è certo accaduto poche volte
NOTE
(1) Jacopo da Varazze, Legenda aurea, Firenze, 1952, pp. 599-604.
(2) Cfr. Erich von Däniken, "Il giorno del giudizio è
già cominciato", Milano, 1998, spec. pp. 43-46.
(3) Cfr. Leo Talamonti, Questi 'mostri' non conformisti, in Scienza
e Vita, Roma, novembre 1961, pp. 40-47.
(4) Cfr. Peter Kolosimo, Il pianeta sconosciuto, Milano, 1970, pp.
210-15.
(5) Cfr. Michael Bright, Mokele Mbembe: Dinosauro sopravvissuto cercasi,
in Airone, Milano, maggio 1985, pp. 122-27.
(6) Cfr. Attilio Guadio, La via del Sahara, in L'Universo, Firenze,
gennaio-febbraio 1968, pp. 29-65.
(7) "Tra il 1873 e il 1883, 202 leoni furono ufficialmente abbattuti
in Algeria; l'ultimo leone vu fu ucciso nel 1891 a Souk-Ahras. Il
maestoso re degli animali sopravvisse, invece, più a lungo
nel Marocco, in particolare nelle zone boscose del Medio Atlante rimaste
quasi inesplorate fino ai nostri giorni. Lì trovarono rifugio,
almeno fino al 1922, gli ultimi leoni dell'Africa settentrionale,
la cui regressione segue dunque, con perfetto parallelismo, la progressiva
avanzata della civilizzazione": così Jean Dorst, Prima
che la natura muoia, ed. it. Milano, 1969, p. 92.
(8) Peter Kolosimo, op. cit., pp. 220-222.
(9) Jean-Jacques Barloy, Animali misteriosi, fra cronaca e leggenda,
Roma, 1985, pp. 90-92.
(10) Cfr. C. Angeletti Meirano-M. Fugiglando Cumino, Dear Penfriend,
Torino, 1988,p. 63.
(11) Precisamente, il quotidiano Il Giorno: riportato in Peter Kolosimo,
op. cit., pp. 215-16.
(12) Daniello Bartoli, L'uomo al punto, in: Luigi Russo, I classici
italiani, vol. 2, Firenze, 1947, pp.315-18.
(13) Cfr. Antonio Brancati- Girolamo Olivati, Il Mondo Antico, vol.
II, Roma, Firenze, 1957, p. 153.
(14) Livio doveva parlarne nel libro XIX (che è tra quelli
perduti), ma non risulta dall'Epitome.
(15) VALERIO MASSIMO, Factorum et dictorum memorabilium libri IX,
I, 8, 19. Trad. di Luigi Rusca , 2 voll., Milano, 1972.
(16) AULO GELLIO, Noctes Atticae, VII, 3. Trad. di L. RUSCA, 2 voll.,
Milano, 1968. Il passo di Tuberone sta in Fragm. 8, Peter.
(17) PAOLO OROSIO, Historiarum Adversus Paganos, IV, trad. di Aldo
Bartalucci, in Adolf Lippold, 2 voll., 1976.
(18) LUCIO ANNEO SENECA, Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX,
X, 82. Trad. di Giuseppe Monti, Milano, 1966.
Articolo scritto da Francesco Lamendola
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