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I " SEGNI ":VUOL DIRE ESSERE DESTI E CONSAPEVOLI
di Francesco Lamendola
Quando si prepara un periodo di cattivo tempo, il contadino
sa (o meglio sapeva) leggerne i segni in anticipo, nella terra e nel
cielo. Quando si avvicina uno sconvolgimento naturale, ad esempio
un terremoto, gli animali lo sentono con molte ore di preavviso e lo
manifestano chiaramente con il loro comportamento. Sono esempi di come
i viventi, affidandosi all'istinto, siano in grado di captare una minaccia
o un pericolo in arrivo e di prendere le opportune contromisure.
Ma noi, da alcuni secoli, preferiamo affidarci alla
Scienza: ci penserà lei, ci avvertirà lei.
Peccato che, quando è arrivato lo tsunami che ha mietuto
innumerevoli vittime sulle coste dell'Oceano Indiano, a nulla siano
valse le più sofisticate strumentazioni tecnologiche: gli unici
a salvarsi, rifugiandosi per tempo lontano dalla riva, sono stati
i "primitivi" abitanti delle Isole Andamane, che non avevano
alcuno strumento di rilevazione meteorologica o sismica e neppure
un telefono con cui essere avvertiti dell'onda anomala in arrivo.
Ma vi sono altri "segni" che sembrano annunciare
un diverso ordine di pericoli e che noi, forse troppo affaccendati
in altre cose come la corsa al profitto e al benessere e la distruzione
sistematica dell'ambiente, non siamo in grado di cogliere.
Segni inquietanti di "qualcosa" che
si sta avvicinando in modo sempre più netto e che noi non sentiamo,
ci sforziamo di non sentire. Altre voci e altri suoni giungono graditi
ai nostri orecchi, quelli di un consumismo forsennato e di un edonismo
senza limiti.
E poi, di che cosa dovremmo preoccuparci? Non abbiamo
forse un esercito di "tecnici" e di "esperti"
che ci avvertirebbero, se vi fosse qualcosa di anomalo in vista? Non
li paghiamo per questo? Già, perché con la scienza e il
denaro noi pensiamo di poterci comprare tutto - non solo la sicurezza
contro ogni imprevisto, ma anche una lunga vita e, possibilmente, l'immortalità.
Eppure
i "segni" ci sono, per chi li sa vedere. Per
chi non è del tutto obnubilato da uno stile di vita che ci fa
prendere fiaccole per lanterne, stravolgendo completamente le nostre
facoltà di discernimento. Per chi è sveglio in mezzo ai
dormienti che si credono svegli anch'essi, anzi iperattivi.
Ricordiamo l'ammonimento di Gesù: "Vegliate
e non dormite, perché voi non sapete quando verrà il momento".
C'è una cosa che ci ha sempre colpiti, una domanda che ci ha
sempre assillato fin da quando, bambini, abbiamo letto per la prima
volta, nel libro dell'Esodo, le vicende che hanno preceduto la partenza
del popolo ebreo dalla terra d'Egitto.
"Perché il Faraone non ha saputo leggere
e comprendere per tempo l'avvertimento delle piaghe che si stavano abbattendo
sul suo Paese e sul suo popolo? Perché ha atteso la decima piaga,
la più grave di tutte, dopo che già tanti 'segni' avrebbero
dovuto ammonirlo a lasciar partire gli Ebrei? E i suoi ministri, i suoi
consiglieri, erano dunque tutti ciechi e sordi davanti a tali calamità
e al manifesto volere di Dio? Perché non hanno saputo interpretare
per tempo il significato di quei prodigi, di quelle sciagure; perché
hanno atteso che la misura dell'angoscia e della sofferenza fosse riempita
sino all'orlo? Un velo copriva dunque i loro occhi, rendendoli ciechi
davanti all'evidenza?". Questi interrogativi ci affollavano
la mente, e non riuscivamo a trovare una risposta.
È vero che la Bibbia dice che il cuore di Faraone s'era indurito.
Ma quanto doveva essersi indurito per lasciare che le cose giungessero
a tanto, che tutti i primogeniti morissero inspiegabilmente, compreso
il suo, prima di capire la volontà divina e di arrendersi ad
essa? La sua figura, così, acquistava nella nostra immaginazione
infantile dei connotati di grandiosa tragicità, di orgoglio prometeico:
come è possibile, ci domandavamo, sfidare la pazienza divina
fino a un tal punto? L'interrogativo è rimasto senza risposta,
almeno sul piano psicologico. Eppure, i "segni" del cielo
dovevano essere più che evidenti, nella loro drammatica successione.
Dieci piaghe, una dopo l'altra, una più sconcertante e spaventosa
della precedente. E tutte con il marchio del soprannaturale,
fin dalla prima: l 'acqua mutata in sangue. Poi la seconda: un' invasione
di rane; la terza: un' invasione di zanzare, la quarta: un 'invasione
di tafani; la quinta: l' inarrestabile moria di bestiame.
E così via: la sesta: delle ulcere ripugnanti sul corpo di
uomini e animali; la settima: una grandine così tremenda
da distruggere non solo i raccolti, ma anche la vita di quanti si trovavano
allo scoperto; l'ottava: un' invasione di cavallette divoratrici;
la nona: una densa tenebra che scende sul mondo per tre giorni consecutivi.
E infine la decima, al cui confronto tutte le altre impallidiscono:
la morte improvvisa dei primogeniti d'Egitto (ma non di quelli
della comunità ebraica), che riempie di pianti e di lamenti tutta
la valle del Nilo.
Sono passati gli anni, e ci è capitato di fare
delle "strane" riflessioni sull'attualità, tali da
riportarci alla memoria quei vecchi interrogativi rimasti senza risposta.
Non si dà il caso che stiano accadendo molte,
troppe cose insolite e piuttosto allarmanti? E non è ancora più
strano che nessuno se ne sia accorto; o meglio, che nessuno abbia pensato
di collegarle in un quadro completo e interrelato, benché di
alcune di esse (non di tutte) le cronache dei mezzi di comuncazione
di massa si siano occupate alquanto, con il solito piglio sensazionalistico,
fortemente emotivo ma nel complesso superficiale?
Ci spieghiamo. Non amiamo, e non ci sono mai piaciuti,
gli esaltati e i fanatici religiosi che a ogni pie' sospinto levano
alte grida millenaristiche e annunziano la prossima fine del mondo:
corvi del malaugurio che vedono "segni" dappertutto e seminano
confusione e paura. Questo, però, non deve renderci ciechi e
prevenuti, al punto da avere occhi che non sanno più vedere e
orecchi che non sanno udire. Chi si rifiuta di vedere dei "segni"
ad ogni costo non è migliore di chi li vede sempre e ovunque,
anche dove non vi sono: la durezza di mente e di cuore non sono migliori
della credulità e della superstizione. In entrambi i casi il
risultato è lo stesso: l'incapacità di leggere il mondo
intorno a noi, di relazionarci in maniera aperta e consapevole
con quanto ci circonda.
Perché, se siamo in grado non solo di guardare, ma anche di vedere;
se non abbiamo smarrito la facoltà, oltre che di udire, di ascoltare,
i "segni" ci sono, eccome.
Segni di che genere, segni di che cosa?
Segni apocalittici: nel senso etimologico del termine:
segni di rivelazione (dal greco apokalipto, che significa "io svelo").
Segni che ci svelano una realtà misconosciuta, che ci avvertono
di qualche cosa che si sta preparando. Ma, per non parlare per enigmi,
cercheremo di essere più espliciti e cominceremo col fare una
distinzione di massima fra diversi ordini di "segni". Che
cos'è, infatti, un segno? Il vocabolario Zingarelli, ad es.,
ci informa che esso è "un indizio, un accenno palese
da cui si possono trarre deduzioni, conoscenze e simili riguardo a qualcosa
di latente". Segno deriva dal latino signum che a sua volta,
probabilmente, viene dal verbo secare, ossia tagliare: dunque, un segno
è qualche cosa che ci taglia, che ci attraversa la strada, costringendoci
a fermarci e a riflettere. Non è necessariamente un miracolo,
o un prodigio, o comunque qualcosa che sfida con forza evidente le leggi
conosciute della natura: un segno è un indizio, non una rivelazione.
Il segno suggerisce una realtà non del tutto evidente, e che
deve essere comunque interpretata, non si impone con la forza immediata
di un evento soprannaturale, anche se rimanda a una sfera che non è
semplicemente quella esperibile con i sensi ordinari e con il logos
calcolante e strumentale. Decifrare un segno, pertanto, non ha a che
fare principalmente con l'intelligenza, la razionalità e la cultura,
ma con l'apertura coscienziale, con la disponibilità al trascendente,
con il senso del limite e del mistero. Chi non possiede queste attitudini
non saprà mai riconoscere un segno, anche se dovesse sbatterci
contro; parlerà piuttosto di coincidenze, di singolarità,
o semplicemente di suggestione. Il suo cuore resterà chiuso all'esperienza
dell'altrove, chiuso e duro come quello di Faraone.
Ed eccoci arrivati a una prima, possibile risposta alla domanda circa
l'incredulità del sovrano egizio al tempo di Mosé e dell'esodo
degli Ebrei. Un segno non è automaticamente auto-evidente: per
essere riconosciuto, è necessario possederne, se non il codice,
almeno la disponibilità a riconoscervi un linguaggio, un linguaggio
che non è completamente umano. Chi non ammette una tale possibilità,
non possiede neppure gli strumenti minimi per poter riconoscere un segno
( o dieci segni, come le piaghe d'Egitto): semplicemente, non riuscirà
a vedere alcun collegamento fra la cosa significante e la cosa significata.
Un segno bianco e rosso sul tronco di un albero, a lato di un sentiero
di montagna, è - ad esempio - un segno: significa che siamo sulla
strada giusta, che non ci siamo allontanati dal retto cammino. Ma, per
il cervo o per il capriolo che passano lì accanto, quel segno
non significa nulla del genere: non rientra nel loro codice di comunicazione.
E così il Faraone non seppe riconoscere il significato delle
dieci piaghe (se non dopo l'ultima), perché la sua mente e il
suo cuore non erano disposti a riconoscervi la presenza di un messaggio:
erano, semplicemente, degli accadimenti, e non avevano nulla di speciale
- a parte la loro distruttività, ovviamente.
Una seconda, possibile risposta all'interrogativo che ci eravamo posti
riguarda i meccanismi del logos calcolante e strumentale. Per
colui che ne è dominato, tale forma di pensiero non vede dei
fini negli altri enti, ma solo dei mezzi per i propri fini; non valuta
la razionalità dei fini, ma bada solo ad ottimizzare il rapporto
tra mezzi e fini. Pertanto il Faraone e i suoi ministri avranno, sì,
preso atto che si verificavano una serie di eventi insoliti, ma senza
leggervi altro che una serie di accadimenti sfortunati per la prosperità
dell'Egitto, riconducibili, comunque, a cause più o meno conosciute
del mondo naturale. Per chi non possiede e non ammette altro organo
di conoscenza della realtà che la mente razionale, nessun segno
- per quanto anomalo e spettacolare - acquisterà mai la valenza
di un segno. Noi non abbiamo a che fare con le cose, ammoniva un filosofo
antico, ma con le nostre opinioni sulle cose: se pensiamo che per tutto
esista una spiegazione (che magari la scienza oggi non possiede, ma
domani sarà in grado di raggiungere), allora non ci viene neppure
il sospetto che forse gli eventi possano essere dei segni, ossia degli
avvertimenti scritti in un linguaggio che non è umano, e che
viene dall'alto - o, magari, dal basso. In una seduta spiritica, ad
esempio, la manifestazione di una presenza altra è il segno della
irruzione di forze ed entità non umane nel nostro piano ordinario
di realtà; e, sia detto fra parentesi, dubitiamo assai che esse
siano quel che dicono di essere.
Una terza, possibile ragione all'incredulità del Faraone è
che i segni ben raramente appaiono come "puri", ossia totalmente
staccati e rilevati rispetto alla realtà quotidiana; al contrario,
vi sono frammisti e per così dire immersi, sicché il loro
riconoscimento richiede un occhio che sia un minimo esercitato. Per
il turista distratto, un sentiero nel bosco non presenta proprio nulla
di speciale; ma per l'uomo che conosce a fondo il mondo della natura,
e non in modo libresco - per un indigeno dell'Amazzonia, ad esempio
- quel sentiero è come un libro aperto che presenta innumerevoli
tracce: quali esseri viventi vi sono passati prima di lui, da quanto
tempo di quale specie, di che età, ecc. Per i segni è
la stessa cosa: l'occhio distratto non li riconosce perché non
è abituato a leggerli. Soprattutto, non è abituato a collegarli.
Vede il ramo spezzato, ma non sa fare lo sforzo d'immaginazione per
"vedere" l'animale che ha fatto ciò; percepisce, in
qualche modo, il silenzio improvviso, ma non gli sovviene che quel subitaneo
ammutolire delle creature viventi deve essere l'indizio di qualche cosa.
Non sa collegare: vede i fatti e gli eventi in maniera statica, isolati
l'uno dall'altro. Il faraone e i suoi ministri videro le singole manifestazioni
quali le cavallette, le ulcere, la grandine, ma non furono in grado
di istituire dei nessi, dei legami organici tra cose apparentemente
diverse. Non venne loro in mente che fossero parole di una frase, elementi
di un discorso: non venne loro in mente perché gli eventi in
sé stessi erano percepiti come realtà statiche e isolate,
non come una forma di linguaggio.
Ed eccoci al presente.
Quel che la nostra mente analitica ha, in genere, disimparato,
è la capacità di vedere le cose nella loro unità
e complessità, di vederle a volo d'uccello: vede le singole foglioline,
ma non distingue la foresta; ode le singole note, ma non riconosce il
concerto. La maggior parte di noi vive con il pilota automatico perennemente
inserito: vive, cioè, una vita intera senza chiedersi veramente
perché fa determinate cose, o perché incontra determinate
cose: bada solo a ottimizzare il rapporto mezzo-fine, a raggiungere
il massimo rendimento con il minimo dispendio (come nella catena di
montaggio inventata da Henry Ford). Non ci stupiamo più davanti
alla bellezza delle cose, alla loro eccezionalità, alla loro
unicità; non le vediamo con gli occhi della meraviglia e della
gratitudine, ma con quelli della consuetudine e dell'utilitarismo: che
è come dire che non le vediamo affatto. In sostanza, viviamo
come ciechi che credono di vederci benissimo, e corrono spericolatamente;
come dormienti che si credono ben desti, e si aggirano invece, in stato
sonnambolico, su cornicioni e su tetti.
I segni, dicevamo, possono essere di differenti ordini di realtà.
Possono essere di natura fisica, come le crudeli e inspiegabili mutilazioni
di bestiame che da alcuni decenni si verificano in varie parti del mondo.
Questo genere di fenomeni ha un inizio ben preciso: il 15 settembre
del 1967; e un luogo d'origine altrettanto preciso: la contea di Alamosa
in Colorado. Quel giorno e in quel luogo, venne ritrovata la carcassa
di un puledro di razza Appaloosa nella St. Luois Valley: la sua testa
era stata ripulita della carne e dei muscoli, il cervello, gli organi
interni e il midollo erano scomparsi e intorno al corpo della povera
bestia non v'era una sola goccia di sangue. All'animale erano stati
asportati il cuore, i polmoni e la tiroide. Una operazione del genere
- estrarre gli organi da un corpo vivente senza versare neanche un po'
di sangue - si potrebbe realizzare con i raggi laser, ma all'epoca tale
tecnologia non esisteva ancora. Dopo di allora, migliaia e migliaia
di animali al pascolo hanno fatto una fine analoga, sempre in circostanze
assolutamente inspiegabili. Si è parlato di esperimenti governativi
segreti, di sette sataniche, di alieni a bordo di dischi volanti; ma
la realtà è che il fenomeno continua, e non se ne sa nulla.
Ci sono poi i cerchi nel grano, dai disegni talmente complessi (quelli
'autentici', ovviamente) che sembrano fatti al computer: invece appaiono
su vaste superficie di campi coltivati, nell'oscurità, e prima
del nuovo giorno risultano già completi e perfetti. Eppure, solo
dall'alto se ne può vedere tutta l'armoniosa geometria. Chi o
che cosa piega le piantine verso terra, formando quegli arabeschi da
Mille e una notte? Certo, le mutilazioni sugli animali e i cerchi nel
grano sembrano provenire da due diversi tipi di volontà: maligna
la prima, benevola o quanto meno 'spirituale' la seconda. Ma hanno in
comune il fatto che si tratta di fenomeni fisici che rimandano a qualche
intenzione occulta, a un disegno di cui ci sfugge completamente il senso.
Su un altro piano di realtà sembrano collocarsi le piogge acide,
il buco nello strato di ozono, l'effetto serra e il riscaldamento globale,
lo scioglimento dei ghiacci, l'essiccamento di laghi e fiumi e la desertificazione
di vaste regioni del pianeta. Qui noi conosciamo bene le cause dei fenomeni,
tuttavia stentiamo a leggervi dei segni, segni che annunciano un disastro
imminente. Come l'acqua del Nilo tramutata in sangue, così l'acqua
della Terra, all'inizio del III millennio, rischia di tramutarsi in
un liquido imbevibile, formicolante di virus e batteri e, per giunta,
sempre più raro e sempre più caro: già, perché
abbiamo deciso di monetizzare anche quella.
La scomparsa sempre più frequente di esseri umani rimanda ancora
a un differente piano di realtà. Migliaia di esseri umani scompaiono
continuamente e, per una parte di tali scomparse, non sappiamo trovare
alcuna spiegazione convincente. Oltre all'allontanamento volontario,
agli omicidi con conseguente occultamento dei cadaveri, agli omicidi
finalizzati al traffico di organi e al commercio di esseri umani come
schiavi, sembra esservi qualcos'altro, qualcosa a cui è difficile
pensare. Talvolta di tratta di scomparse improvvise e clamorose, con
numerosi testimoni: come accadde a quell'allevatore del Tennesse che
il 23 settembre 1880, presso la cittadina di Gallatin, scomparve davanti
a causa sua, sotto gli occhi della moglie, dei figli e di un conoscente.
Semplicemente un momento era lì, che camminava sul sentiero di
casa sua; e un momento dopo non c'era più. La sua voce fu udita,
qualche giorno dopo, dalla figlia; ma sempre più debole, fino
a quando cessò del tutto. Ed egli non fu mai più ritrovato.
Si chiamava David Lang, era un uomo normale dalla vita normale;
era conosciuto dai vicini e possedeva una bella fattoria. Scomparve
letteralmente, e poi più nulla. Non è questo il luogo
per approfondire un tal genere di fenomeni, d'altronde più frequenti
di quanto non si creda; ne abbiamo già parlato altrove (nell'articolo
Sincronicità,
multiverso e significato della persona). Ma è un fatto che
accadono, e che non siamo assolutamente in grado di spiegarli, se non
ricorrendo a ipotesi più o meno fantasiose.
Diverso ancora è il caso di quei comportamenti sociali che, non
eccezionali in sé stessi anche se altamente negativi (casi sempre
più efferati di abusi sessuali su bambini piccoli; omicidi senza
movente o collegati al satanismo; esplosioni di violenza inconsulta
e sproporzionata; atti di terrorismo collegati dal comune denominatore
di una occulta strategia della tensione) non possono non sorprendere
per la loro irruzione massiccia e subitanea, come se una buona fetta
di umanità fosse improvvisamente impazzita o si trovasse sotto
l'influenza, improvvisa e inarrestabile, di forze demoniache. Il cambiamento
di mentalità e di costumi indotto dalla società attuale,
per quanto rapido esso sia, non riesce a spiegare in modo soddisfacente
il dilagare fulmineo di tali comportamenti distruttivi, che fa pensare
piuttosto alla diffusione di una pestilenza o a una grandiosa operazione
di magia nera, di cui l'umanità sarebbe, per così dire,
la cavia.
Potremmo continuare, ma una descrizione completa (si fa per dire) dei
segni che caratterizzano gli ultimi anni del secondo millennio e questi
primi anni del terzo esula dall'orizzonte della nostra presente riflessione.
A noi importa, piuttosto, riconoscere che qualcosa sta accadendo, qualcosa
che i mass media hanno deciso d'ignorare o di minimizzare e che la scienza
"ufficiale" si volta dall'altra parte per non vedere (e per
non dover ammettere che non sa minimamente come spiegarli). Non solo:
ma che questo qualcosa non è opera del caso, che non si tratta
di mere coincidenze; ma che dall'insieme degli eventi strani e allarmanti
di questi nostri tempi si può evincere un disegno complessivo,
o se non altro un linguaggio comune. Non possediamo il codice, ma abbiamo
buone ragione per riconoscervi un codice, cioè un insieme di
simboli significanti.
Forse, per tentar di penetrare nel codice, dovremmo spogliarci di alcune
presuntuose certezze del logos strumentale e calcolante, della nostra
presuntuosa scienza materialista, ed aprirci alla dimensione altra,
al trascendente. Forse, allora, qualche cosa capiremmo Magari non tutto,
ma qualche cosa sì. Per esempio, che stiamo percorrendo, al buio
e senza freni, una strada stretta e pericolosa, lanciati a tutta velocità;
e, oltre a tutto, con gli occhi bendati.. Forse è il caso che
ci togliamo la benda e che, per lo meno, rallentiamo un poco; poi, che
cominciano a riflettere verso quale meta ci stiamo dirigendo, con quali
mezzi, e perché. A quel punto, forse, ma non prima, qualche cosa
cominceremo a capire, o almeno a intuire. L'uomo interiore, l'uomo spirituale
che ora giace dimenticato e quasi soffocato in fondo a noi stessi, ridestandosi,
ci aiuterà a interpretare quei segni. Forse ci insegnerà
l'umiltà per chiedere una luce dall'alto, perché noi da
soli, questo è certo, non possiamo e non potremo mai capire tutto.
Forse capiremo che le cose più importanti si comprendono solo
cercando un aiuto che non è solamente umano, e facendo un atto
di fede amorevole verso di esso.
Articolo scritto da Francesco Lamendola
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