Il Maeroero della Nuova zelanda: uno yeti agli antipodi
Francesco Lamendola
Il grande pubblico occidentale è relativamente informato circa
l'enigma antropologico posto dallo Yeti,
molto impropriamente noto come "l'abominevole uomo delle nevi",
in quanto è stato segnalato, sin dalla fine dell'Ottocento
(ma gli indigeni lo conoscono da sempre) alle alte quote della regione
posta a cavallo fra Nepal e Tibet - in realtà, se esiste, deve
certamente vivere al di sotto del limite delle nevi perenni, se no
altro perché, diversamente, non troverebbe il cibo con cui
sostentarsi.
Qualcuno è anche informato circa l'esistenza di un "cugino"
americano dello Yeti, noto fra gli Indiani della fascia costiera
tra la California settentrionale e la Columbia Britannica meridionale
(passando per gi Stati di Oregon e Washington, localmente noto come
"Sasquatich" e della cui esistenza esistono non solo
testimonianze verbali, ma anche una ripresa cinematografica - peraltro
controversa - che lo riprende piuttosto da vicino.
Quasi nessuno, però, a quanto ci risulta - almeno in Italia
- è a conoscenza del fatto che un altro "parente"
di questa strana famiglia di ominidi o di gigantopitechi vivrebbe,
o quantomeno avrebbe vissuto, in una remota e selvaggia regione dell'Isola
del Sud, in Nuova Zelanda. Terra già nota per altri misteri
mai del tutto svelati, come la scomparsa improvvisa della "Tribù
Perduta" dei Maori (della quale ci siamo già occupati
in un altro articolo), la riscoperta di un curioso uccello creduto
ormai estinto -il takahe - e, forse, per la sopravvivenza di
qualche esemplare minore del Moa (Dinornis maximus), il gigantesco
struzzo che poteva raggiungere l'altezza di tre metri e mezzo e che
un tempo popolava tutto l'arcipelago neozelandese.
Si tratterebbe del Maeroero, una sorta di "uomo selvaggio"
che, per i Maori della regione dei Catlins, era molto più
di una semplice leggenda, per quanto inquietante…
Anche "l'uomo della strada" più distratto
e meno informato sa che, da ormai più di un secolo, corrono
voci abbastanza insistenti intorno alla presenza di uno strano essere
alle pendici della grande catena himalaiana, in parte scimmiesco e
in pare umano, cui è stato affibbiato il nome assai poco lusinghiero
di "abominevole uomo delle nevi", ma che è
conosciuto dalle popolazioni locali semplicemente come lo Yeti. Si
tratterebbe di una grande creatura umanoide dal corpo estremamente
villoso, alto almeno due metri e dotato di una forza straordinaria,
tanto da poter uccidere uno yak con le mani nude, per poi cibarsi
delle sue carni crude. Numerosi nepalesi avrebbero fatto l'incontro
con lo Yeti, specialmente pastori e contadini dei villaggi più
alti e isolati: incontro non sempre pacifico, specialmente per quel
che riguarda le greggi di yak, capre e altri animali domestici, mai
comunque mortale per gli esseri umani, dai quali la misteriosa creatira
preferirebbe tenersi il più possibile lontana. (1)
Allo stesso modo, una parte almeno del pubblico occidentale sa, più
o meno, che nella zona costiera del Nord America centro-settentrionale,
fra la California settentrionale, l'Oregon, lo Stato di Washington
e la parte meridionale della Columbia Britannica, in Canada, da tempo
si parla di un essere che corrisponde in qualche modo alla descrizione
dello Yeti, ma che è localmente noto col nome indigeno di Sasquatch.
Si tratta di un vocabolo degli Indiani Tlingit che vivono fra la catena
Costiera e le rive dell'Oceano Pacifico; la parola inglese corrispondente
è, semplicemente, bigfoot, che potremmo tradurre come "piedone",
in quanto la creatura è nota soprattutto per le gigantesche
impronte lasciate sul terreno al suo passaggio. Di esso è stata
ripresa anche una sequenza cinematografica di alcuni metri di pellicola,
che mostra una specie di enorme scimmia antropomorfa, muoventesi su
due zampe in stazione eretta, correre veloce attraverso la boscaglia
mentre guarda con aria sospettosa in direzione del teleobiettivo.
Il filmato è assai controverso: filmato da un certo Roger Pattersoin
il 20 ottobre 1967, in località Bluff Creek, verso le ore 13
(e quindi in ottime condizioni di luminosità), per alcuni non
è che un falso clamoroso, mentre per altri potrebbe testimoniare
una delle più grandi scoperte antropologiche del XX secolo.
Sia come sia, il Sasquatch è ormai entrato nell'immaginario
collettivo americano (e, in minor misura, europeo), anche per merito
di film, serie televisive a puntate e perfino giornalini a fumetti,
mentre esiste una sparuta ma combattiva minoranza di scienziati disposti
a scommettere sulla sua reale esistenza. (2)
Infine c'è una parte del pubblico occidentale, in genere di
estrazione più colta, che è al corrente della secolare
tradizione europea secondo la quale la regione alpina sarebbe la dimora
di un "uomo selvatico" di cui si parla già in certi
testi della letteratura medioevale:ad esempio, nel romanzo di Chrétien
de Troyes, Ivano o il cavaliere del leone, dove, nella misteriosa
e incantata foresta di Brocelandia, "in soccorso di Ivano, interviene
un vero abitante di questo mondo selvaggio, una creatura al limite
dell'umano, nera, deforme e gigantesca quanto il cavaliere è
bello, chiaro e ben conformato". (3) Ne esistono anche
pitture ed affreschi, sparsi in vari luoghi d'Europa, tra i quali
Castel Rodengo (XIII secolo) e Sacco in Valgerola (1464), Una sintesi
efficace dell'intera questione dell'uomo selvatico, dalla 'creatura
silvestre' dei miti alpini fino allo Yeti himalaiano, è
contenuta in un libro di Massimo Centini, apparso una quindicina d'anni
fa, e arricchito da una significativa bibliografia. (4)
Quello che pochissimi o forse quasi nessuno sa, nel pur informatissimo
pubblico occidentale, è che all'estremità meridionale
della Nuova Zelanda - come dire, agli estremi confini di una terra
di confine - vivrebbe, o forse è vissuto fino a tempi assai
recenti, un altro parente di quella stessa stranissima famiglia di
ominidi o di gigantopitechi cui apparterebbero tanto
lo Yeti quanto il Sasquatch. Si tratterebbe di una creatura umanoide
e selvaggia localmente nota con il nome di Maeroero, che i Maori conoscono
- o meglio conoscevano molto bene, e verso la quale nutrivano un grande
timore. La presenza di questa tradizione agli antipodi del mondo euro-asiatico,
addirittura nell'estrema zona meridionale di diffusione della cultura
polinesiana, starebbe a dimostrare che quella nell'"uomo selvaggio"
è una credenza a diffusione praticamente mondiale, dalle Alpi
all'Himalaya, dal Nord America all'Oceania. Non un fatto locale, dunque,
confinato a qualche regione particolarmente 'arretrata' (secondo la
mentalità occidentale) o a qualche aspetto marginale di antiche
culture religiose (la credenza nello Yeti diffusa nei monasteri buddhisti
nella vasta regione compresa fra Nepal e Mongolia), bensì una
realtà diffusa in ogni angolo della Terra, attraverso popolazioni,
culture e religioni diversissime le une dalle altre: qualche cosa,
dunque. che dovrebbe farci doppiamente riflettere e abbandonare quell'ironico
sorrisetto di superiorità con cui, di solito, ci accostiamo
alle realtà diverse dalla nostra.Del Maeroero si parlava molto,
fra i Maori dell'Isola del Sud, nel corso del secolo XIX. Era stato
visto nell'estrema regione costiera sud-orientale, nell'arco compreso
tra le cittadine, fondate più tardi dai bianchi, di Invercargill
e Dunedin; una regione collinosa nota col nome di Catlins.
La vetta più elevata, il Monte Pye, non raggiunge che i 720
metri, ma tutte le colline sono ammantate da una densa foresta ove
non predomina il faggio antartico (Notofagus), come sulla opposta
costa sud-occidentale, bensì il podocarpo, con un ricco sottobosco
di felci, e che è popolata da un numero immenso di uccelli
e parrocchetti ( i pappagalli più australi del mondo). Se la
foresta è ancora in gran parte intatta (anche per merito dell'istituzione
di un vasto Parco nazionale), prima dell'arrivo dei coloni di origine
europea essa doveva essere veramente grandiosa, per quanto già
qua e là intaccata dai disboscamenti irrazionali attuati dagli
indigeni per mezzo di incendi, sia a scopo di caccia (al Moa, per
esempio, fino alla sua totale estinzione), sia per tentare la coltura
ella patata dolce, che, però, a queste latitudini meridionali
difficilmente attecchiva. Queste antiche e buie foreste, dove a stento
penetrava la luce del sole, poste ai piedi del grande sistema orografico
delle Alpi Neozelandesi, pare siano state la dimora e il rifugio di
una creatura spaventevole e semi-umana, chiamata dagli indigeni col
nome di Maeroero, la cui sola pronunzia era sinonimo di sbigottimento
se non di autentico terrore.
Noi sappiamo che, fra XVII e XIX secolo, la regione dei Catlins, come
del resto quasi tutta l'Isola del Sud della Nuova Zelanda, fu teatro
di una progressiva ritirata degli insediamenti umani, provocata da
un esaurimento delle risorse e, ancor più, da una grave alterazione
dell'equilibrio ecologico operata dagli indigeni (dai cosiddetti "cacciatori
di moa" dapprima, indi dai sopraggiunti Maori, la cui prima tappa
d'insediamento era stata la più favorevole Isola del Nord).
Scrivono D. Lewis e W. Forman:"I moa subirono una decimazione
e verso il XVII secolo erano estinti; parallelamente, anche la popolazione
di cacciatori declinò. Privati della principale risorsa di
cibo, i Maori evacuarono le aree interne dell'isola del Sud e si riportarono
le coste. La mano dell'uomo., infine, che aveva alterato il fragile
equilibrio ecologico della foresta tropicale e dei suoi abitanti incapaci
di volare, gradualmente esaurì le risorse del mare e della
costa.
La popolazione dell'isola del Sud declinò." All'inizio
del XIX secolo, secondo i due studiosi, "sebbene (…) i Maori
meridionali coltivassero la patata europea, che [a differenza della
patata dolce polinesiana, nota nostra] resisteva al gelo, non avevano
per nulla abbandonato le loro risorse tradizionali di cibo e le loro
abitudini alle migrazioni stagionali. Gli uccelli della boscaglia,
le anguille, i molluschi, gli uccelli di mare e le foche, a portata
di mano lungo le coste o nelle zone interne in determinati periodi
dell'anno, erano ancora molto importanti nell'alimentazione di questo
popolo.
"Questo che segue, ad esempio, era il ciclo stagionale degli
abitanti dell'isola di Ruapuke che giace nell'inospitale Stretto
di Foveaux, tra l'isola Stewart e l'Isola del Sud [e, dunque, vicinissima
alla regione dei Catlins]. Gennaio e febbraio (l'estate del sud) venivano
trascorsi a casa, raccogliendo patate e facendo sacche ove porre le
berte conservate (titi); in inglese, tali uccelli sono detti
muttonbird. In marzo salpavano per le isole Muttonbird, al largo
dell'Isola Stewart, e vi rimanevano fino a maggio, epoca in cui ritornavano
a Ruapuke con un buon bottino. In giugno percorrevano l'Isola del
Sud a caccia di volatili di bosco (weka). In agosto si spostavano
verso le foreste alla ricerca di uccelli. In settembre risalivano
il fiume Mataura fino a Tuturau per raccogliere lamprede.
Novembre li vedeva lungo le coste impegnati con le anguille. In dicembre,
infine, riattraversavano lo Stretto di Foveaux e ritornavano a Ruapuke.
"Questa parte meridionale della Nuova Zelanda e le isole Chatham,
che mantennero caratteri arcaici, possono fornire ulteriori indicazioni
relative alla vita in ambiente tropicale degli abitanti della Polinesia
orientale, i quali mostrarono la propria tempra di fronte alla neve
e alle tempeste [le nevicate sono abbondanti, nella stagione invernale
dalla fine di marzo alla fine di settembre, sulle montagne dell'isola
del Sud, ma non è infrequente nemmeno sulla costa, almeno nella
sezione più meridionale posta tra la Fiordland, l'Isola Stewart
ed i Cartlins].All'inizio del XIX secolo lungo quelle coste inospitali
venivano ancora costruiti e impiegati modelli d'imbarcazioni polinesiane.
Vi erano semplici canoe ricavate da tronchi, canoe a cinque parti,
piroghe a due bilancieri, canoe doppie raupo e zattere di tronchi
legati con giunchi, dette mokihi. Ogni tipo d'imbarcazione aveva un
proprio impiego specifico, in un luogo determinato: le zattere, ad
esempio, venivano costruite e usate lungo i fiumi e i laghi interni."
(5)
Si trattava, evidentemente, di un sistema di vita abbastanza complesso
e delicato, basato su continui spostamenti alla ricerca di cibo da
parte di un popolo cacciatore e raccoglitore. Solo dopo l'introduzione
della patata europea, capace di resistere al freddo degli inverni
australi, la situazione era destinata a divenire un po' meno precaria;
ma poco dopo giunsero i bianchi con i loro allevamenti di pecore,
che sulle pianure ricche e piovose dell'Isola del Sud trovavano il
terreno da pascolo ideale, ed ebbe inizio l'epoca dello scontro con
i nuovi invasori.
Fu in questo contesto di precarietà che i Maori stanziati dei
Catlins ebbero a che fare, nei due secoli e mezzo che vanno dalla
fine del 1600 (data presumibile della estinzione dei Moa giganti)
alla metà del 1800 (arrivo in forze dell'uomo bianco e perdita
delle terre; l'Isola Stewart o Rakiura, ad es., fu venduta nel 1864
al Governo britannico per 6.000 lire sterline), con il terrore suscitato
dalla presenza del mostruoso Maeroero. Ecco in quali termini
ne parlano i quattro autori del libro Nuova Zelanda, edizione in lingua
italiana delle Guide Lonely Planet di Victoria, Australia, che è,
probabilmente, il più completo e informato esistente oggi in
Italia su quel paese:"La regione [dei Catlins] era un tempo abitata
dai cacciatori di moa, e tracce dei loro accampamenti sono state rinvenute
nei pressi di Papatowai. Tra il 1600 e il 1800, la popolazione maori
si assottigliò a causa della progressiva estinzione dei moa,
della mancanza di coltivazioni di kumara (patata dolce) e del timore
suscitato dal Maeroero, la creatura selvaggia simile allo yeti
che viveva nel bush [foresta fitta, selva] di Tautuku e
si credeva rapisse i bambini e le giovani donne." (6)In
realtà, storie analoghe erano raccontate dai Maori anche di
altre zone, ma sempre nell'Isola del Sud. Per essere precisi, la creatura
selvaggia veniva chiamata con tre nomi differenti: Moehau; Maerorero
(nelle zone collinose e montuose); Maero (nelle regioni più
interne). La credenza era così viva e reale che , nelle storie
orali tramandate dagli anziani, si parlava di tre grandi piroghe che
avrebbero popolato la Nuova Zelanda, al tempo della grande migrazione
dalla Polinesia: Waka-Orurea, Waka-Atua e Waka Huruhuru-Man; quest'ultima
avrebbe trasportato sulle isole, appunto, il Maeroero.
I racconti dei Maori che lo avevano visto parlavano di un "uomo
dei boschi" estremamente peloso, d'indole solitaria, con
delle lunghe dita ossute simili ad artigli che erano in grado di pugnalare
la preda come dei coltelli. Allorché se ne presentava l'occasione,
egli non esitava a rapire le persone, in genere donne e bambini; e
tanta era la paura diffusa da tale credenza, da spingere gli indigeni
ad abbandonare tutta una serie di villaggi ed insediamenti, specialmente
- come si è visto - nelle colline boscose dei Catlins.
Gli scettici potrebbero pensare a delle storie puramente leggendarie,
tanto più, per i Maori, il confine tra storia e mito è
estremamente labile o, per dir meglio, non possiedono le categorie
occidentali basate su una netta separazione tra verità scientifica
e verità simbolica. I Maori, infatti, mescolano naturalismo
e simbolismo all'interno dei loro racconti, che si fa fatica a definire
"storici" nel senso che diamo noi a questo termine, figli
della tradizione di Erodoto, Tucidide, Senofonte, Tito Livio e Tacito.
Senonché, le cose si complicano alquanto per il fatto che anche
degli uomini bianchi, e a più riprese, hanno visto o hanno
riferito di aver visto l'"uomo selvaggio" nei boschi misteriosi
dell'isola del Sud e, molto più raramente, anche in quella
del Nord. Un ulteriore problema è dato poi dal fatto che i
racconti dei testimoni europei non collimano con quanto riferito dalle
antiche (ma neanche tanto) storie dei Maori. Per esempio, secondo
questi ultimi il Maeroero è aggressivo e minaccioso e non esita
a rapire degli esseri umani; per i bianchi, si tratta di una creatura
che si tiene a debita distanza dall'uomo, facendosi vedere il meno
possibile. Si ha notizia di un solo caso di incontro violento con
il Maeroero ed esso risalirebbe agli anni intorno al 1850; ebbe luogo
nella regione sud-occidentale della Fiordland, che i Maori (forse
a causa delle alte montagne e delle fittissime foreste) chiamano Terra
dell'Ombra. (7) In quel caso, un uomo bianco sarebbe stato
attaccato da una delle misteriose creature; ma questa è un
po' l'eccezione che conferma la regola. Inoltre circolavano racconti
circa una creatura "dai capelli rossi" che viveva in una
caverna del Monte Moehau, che venne chiamata l'uomo di Coromandel.
Si sono avanzate molte spiegazioni per tentar di chiarire il fenomeno.
Ad esempio, si è parlato di un gorilla che sarebbe fuggito
da una nave e che si sarebbe internato nei boschi presso la costa
di Wai Aro, intorno al 1920. Certo, la cosa è possibile; ma
potrebbe spiegare solo una piccola parte degli avvistamenti e in una
zona abbastanza ristretta; mentre, come si è visto, essi provengono
un po' da tutta l'Isola del Sud e, qualche volta, anche da quella
del Nord. Inoltre, lo ripetiamo, le descrizioni dei testimoni di origine
europea non collimano con quelle tramandate dai Maori; e, se possiamo
ammettere che i primi siano stati influenzati dal folklore dei secondi,
questi ultimi da chi avrebbero sentito parlare del Maeroero, se non
da uomini della loro stessa razza che, in un modo o nell'altro, lo
avrebbero incontrato o almeno avrebbero creduto di vederlo?
Una cosa è certa: l'estremità meridionale della Nuova
Zelanda, con le sue foreste impenetrabili e le sue montagne dirupate,
donde precipitano alcune delle cascate più alte del mondo (come
le Sutherland Falls) è uno dei pochi luoghi al mondo
che potrebbero celare un animale, anche di grandi dimensioni, ancora
del tutto sconosciuti alla scienza. Non per nulla proprio qui, nel
1948, è stato ritrovato il grosso e meraviglioso uccello chiamato
takahe (nome scientifico: Notornis mantelli), che si credeva estinto
da tempo; e non per nulla proprio qui, fra il 1780 e il 1840, si è
consumato il mistero della "Tribù Perduta" dei Ngatimamoa,
che l'inospitale Fiordland sembra avere inghiottito senza lasciarne
alcuna traccia. (10)
Misteri, ancora misteri. Li abbiamo lasciati alle pendici dell'Himalaya,
li ritroviamo a ovest delle Montagne Rocciose e nell'estremità
più australe della Nuova Zelanda, là dove non è
impossibile vedere il fenomeno delle aurore polari antartiche.(8)
Parafrasando una celebre affermazione dello scrittore francese
René Théveénin, potremmo dire che essi vivranno
tanto quanto l'uomo, poiché è nel cuore umano che vivono.
(9) Oppure potremmo dire che essi vivono nella memoria storica
e che ancora l'uomo li incontra sul proprio cammino per il semplice
fatto che essi non sono una realtà simbolica, ma concreta.
Sia pure con diverse sfumature, sono questi i due atteggiamenti fondamentali
che possiamo avere di fronte al mistero, un po' come di fronte al
mito: quello idealista, platonico, secondo il quale il mistero ci
rimanda a una realtà di ordine superiore tutt'altro che immaginaria,
anzi al vero fondamento della realtà basata sul "senso
comune"; e quello materialista, evemerista (da Evemero, l'erudito
greco che affermò essere gli dei frutto della rielaborazione
leggendaria delle gesta dei grandi uomini del passato), per la quale
il mistero non è che volo dell'umana fantasia.
A ciascuno prendere la sua decisione, fare una scelta.
NOTE
1) L'esposizione più completa, in lingua italiana,
della "questione" relativa allo Yeti è l'ornai classico
libro di Carlo Graffigna Yeti, un mito intramontabile, Torino, Centro
Documentazione Alpina, 1999. In lingua inglese la bibliografia è
assai vasta, citiamo fra tutti TAYLOR-IDE, Daniel, Sulle orme dello
Yeti, Casale Monferrato, Piemme, 2000.
2) Il testo-base per approfondire l'enigma dell'uomo-scimmia
nordamericano è CANTAGALLI, Renzo, Sasquatch, enigma antropologico,
Milano, Sugarco, 1975. Si veda anche l'ottimo libro, di carattere
generale, di BARLOY, Jean-Jacques, Roma, Lucarini Editore, 1987, che
dedica un capitolo anche allo studio del Sasquatch.
3) AGRATI, Gabriella-MAGINI, Maria Letizia, Introduzione a
CHRÉTIEN DE TROYES, Ivano, Milano, Mondadori, 1988, p. XI.
4) CENTINI, Massimo, L'uomo selvatico, Milano, Mondadori, 1992.
5) LEWIS, David- FORMAN, Werner, I Maori, un popolo di guerrieri,
Novara, istituto Geografico De Agostini, 1983, pp.26-28.
6) TURNER, Peter-WILLIAMS, Jeff- KELLER, Nancy- WHEELER, Tony,
Nuova Zelanda, Torino, E. D. T., 1999, pp. 730-731.
7) TRIFONI, Jasmina, La Terra dell'Ombra, in Meridiani: Nuova
Zelanda, n. 153, nov. 2006, pp. 108-119.
8) Infatti il nome maori dell'isola Stewart, Rakiura, significa
letteralmente: "la terra dai cieli ardenti".
9) Cfr. THÉVÉNIN, René, I paesi leggendari,
Milano, Grazanti, 1950, p. 111.
10) FORBIS, John, La terra che resiste alla sfida dell'uomo,
in Selezione dal Reader's Digest, sett. 1972, pp. 147-152; STINGL,
Miloslav, L'ultimo paradiso. Misteri e incanti della Polinesia, Milano,
Mursia, 1986, pp. 225-228.