L'incredibile storia dei cani che fiutano il cancro

Uno studio condotto in California mostra che l'olfatto degli animali, nel rivelare un tumore allo stadio iniziale, può essere più preciso di un esame di laboratorio. E spiega perché.

Il Venerdì di Repubblica, 10 febbraio 2006, p. 76

La prima è stata Trudi, un dalmata che ha salvato la vita alla sua padrona scoprendo un melanoma di cui nessuno si era accorto. Erano mesi che si ostinava ad annusare quel piccolo neo sulla gamba, solo quello, anche attraverso i vestiti. Alla fine Gill Lacey, la sua padrona, si è convinta, l'ha fatto controllare e ne ha scoperto la natura maligna. Il tumore, in fase precoce, è stato asportato, e non ci sono state conseguenze, come ha confermato la stessa Trudi, cessando di fiutare quel punto della gamba.
Era il 1989 e la descrizione di questo episodio sulla rivista inglese Lancet, fatta dal dermatologo londinese che ha curato Gill, ha dato il via a una serie di segnalazioni analoghe. Nel 2001, per esempio, è stato il turno di un labrador che ce l'aveva con un eczema che affliggeva il suo padrone da 18 anni e che aveva iniziato a trasformarsi in un tumore cutaneo. I nuovi casi hanno fatto scartare l'ipotesi, avanzata in un primo momento a proposito di Gill, che potesse trattarsi solo di una fortunata coincidenza.
Poi è arrivata la conferma scientifica: per scoprire una neoplasia in fase precoce può essere d'aiuto il fiuto dei cani, da diecimila a centomila volte più potente di quello degli umani e in grado di riconoscere un composto chimico diluito in proporzioni di uno a un trilione. L'ultimo studio, in ordine di tempo, sarà pubblicato in marzo sulla rivista Integrative Cancer Therapies, ed è stato condotto in California, dai ricercatori della Pine Street di San Anselmo guidati da Michael McCulloch, in collaborazione con alcuni ricercatori polacchi e con l'Institute for genetics and animal breeding statunitense. Cinque cani sono stati addestrati, per tre settimane, a distinguere campioni di fiato emesso da persone sane o da malati di cancro (al polmone o al seno) e a sedersi slo di fronte a quello di questi ultimi. Quindi si è passati alla fase sperimentale: gli animali sono stati posti a confronto con 55 campioni di aria espirata da malati di tumore polmonare, 31 fiale di donne con tumore al seno e con 83 provette con aria emessa da volontari sani. I malati non avevano ancora assunto farmaci antitumorali, che avrebbero potuto conferire al fiato odori specifici, e nessuno degli sperimentatori sapeva quale fiala il cane stava annusando. Le prove sono state ripetute nove volte, e alla fine il risultato è stato sorprendente: i cani hanno reagito correttamente nel 90 per cento dei casi, e questo valore è rimasto tale anche dopo che i dati sono stati corretti in base al sesso, all'età, all'abitudine al fumo e così via.
Ma che cos'è che fiutano esattamente gli animali? Neppure gli strumenti più sofisticati sono in grado di individuare ogni componente di campioni biologici complessi come l'urina o il fiato, ma è noto che le cellule tumorali contengono concentrazioni particolarmente elevate di sostanze organiche come gli idrocarburi, aromatici e non, o i composti azotati che, proprio perché in proporzioni diverse rispetto a quelle presenti nei campioni di persone sane, possono essere riconosciute dallo straordinario olfatto canino. "Una volta che il metodo sarà ulteriormente confermato e standardizzato" ha commentato McCulloch "potrebbe essere impiegato per aiutare a ridurre i margini di incertezza nel caso che gli esami sperimentali non diano un responso chiaro, specie se la malattia è in fase molto iniziale".
I risultati della ricerca californiana confermano e rinforzano quelli del primo studio del genere, effettuato dai ricercatori dell'Ospedale di Amershan, in Gran Bretagna, in collaborazione con un'organizzazione che educa i cani per i sordi, e pubblicato nel 2004 sul British Medical Journal. In questo caso, sei cani di razze diverse erano stati in grado, dopo un addestramento durato sette mesi, di distinguere l'urina proveniente da 36 malati di tumore della vescica da quella di 108 volontari che avevano varie malattie non tumorali o che erano sani. In realtà, ci hanno azzeccato "solo" nel 41 per cento dei casi, un valore assai inferiore al 90 per cento dell'altra ricerca, ma comunque molto superiore a quello che si otterrebbe se il risultato non fosse dovuto al fiuto ma al caso, e cioè il 14 per cento del totale.
L'esperimento ha fornito un'ulteriore, importante conferma: tutti gli animali hanno riconosciuto più volte come appartenente a un malato l'urina di un volontario che i medici classificato tra i sani. Sottoposto a esami approfonditi, l'uomo ha scoperto di avere un tumore renale in fase precoce. In futuro saremo dunque visitati dai cani? Non è detto: "In realtà capire che cosa sentono esattamente i cani ci aiuterà a migliorare anche i nostri strumenti" spiega David Neal, chirurgo oncologo dell'Università di Cambridge, in Gran Bretagna. Ecco perché sono già partite nuove sperimentazioni, per esempio una che coinvolge malati di tumore alla prostata. Dovrebbe essere conclusa entro la fine dell'anno, ma i ricercatori di Cambridge già definiscono i risultati preliminari molto incoraggianti.

Fonte:aimac.it

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