L'allucinante esperienza di Antonio La Rubia
L''incredibile avventura occorsa due decenni
orsono al brasiliano Antonio La Rubia, un autista di autobus
trentatreenne vittima di un sequestro operato da stranissime entità
robotiche discese da un grande oggetto discoidale e i cui postumi furono
in lui dati da un abnorme stato febbrile che lasciò allibiti
gli stessi medici.
"All'interno del disco mi sembrava di bruciare vivo!"
ebbe a dichiarare il giovane - da poco reduce dalla clamorosa esperienza
- alla dottoressa Estrelita Ferrera Pereira ed allo psicologo
Neli Carbonell David, impiegati presso la stessa compagnia presso
la quale egli lavorava.
Il caso La Rubia venne indagato da una figura storica dell'ufologia
brasiliana, Irene Granchi, che in una intervista concessale dal giovane,
poche settimane dopo il rapimento e da cui questo racconto è
desunto, raccolse tutti i particolari di quella che è da considerarsi
una sconcertante vicenda, i cui riscontri obbiettivi sul soggetto e
le analogie con altri episodi registrati su scala mondiale, pongono
un inquietante interrogativo sulle finalità perseguite in rapporto
all'uomo dalle entità che si celano dietro la fenomenologia delle
abductions.
Quello strano "capolinea"
Antonio La Rubia all'epoca risiedeva a Paciencia, un borgo a 45 chilometri da Rjo De Janeiro e, per via del suo turno di servizio, era solito alzarsi alle primissime ore del mattino, per incamminarsi alla volta del deposito delle Linee Orientali.
Quella mattina del 29 settembre 1977, come consuetudine, dopo una levataccia,
era uscito di casa verso le 2,15. Il suo stato d'animo era relativamente
disteso, non fosse che per la paura di subire un'aggressione o una rapina,
essendo le strade del paese completamente deserte a quell'ora.
Poco prima di arrivare alla fermata presso la quale, di norma, l'attendeva
il pulmino che l'avrebbe portato in ditta, mentre stava transitando
in prossimità della piccola piazza del paese, egli notò
che il proprio orologio si era stranamente bloccato; volto lo sguardo
in direzione di un campo limitrofo, in buona parte immerso nell'oscurità,
scorse improvvisamente la sagoma di un grande oggetto di colore grigio
scuro, lì apparentemente parcheggiato, che successivamente descriverà
"simile ad un enorme cappello" largo settanta metri.
Avvicinatosi per verificare di cosa si trattasse, realizzò che
quel presunto "veicolo" era troppo strano per poter anche
solo vagamente somigliare all'autobus della Compagnia. Preda di un incontrollabile
sconcerto, che rapidamente si stava trasformando in paura, Antonio presagì
che quell'inusitato oggetto fosse lì proprio per lui e, d'istinto,
cercò di allontanarsi dalla scena di quell'assurdo capolinea.
Non aveva mosso che due passi quando una vivissima ed intensa luce blu
illuminò a giorno l'intera zona ed il suo corpo d'incanto si
bloccò, alla stessa stregua di quanto era capitato al suo orologio,
congelandone la fuga!
Prigioniero di un incubo
Accanto ad un palo elettrico, Antonio scorse a pochi metri da lui tre piccole stranissime figure: erano alte circa un metro e mezzo; la loro testa ricordava un pallone da rugby ed era attraversata longitudinalmente da una fila di "specchietti". I loro corpi, tarchiati, presentavano un ampio "torace", dal quale si dipartivano due arti simili alle proboscidi degli elefanti, che si assottigliavano progressivamente in una specie di punta terminale. Una sostanza ruvida, a scaglie, ne ricopriva il tronco, che si arrotondava verso il basso in un'unica gamba, a sua volta terminante in una specie di piattaforma, che ricordava abbastanza certi noti sgabelli.
"Mi sentivo come inchiodato al suolo e vidi quei due esseri afferrarmi...
Intorno regnava il più totale silenzio. Non ricordo come entrai
nel disco; mi ci trovai improvvisamente, fluttuante tra due file di
una dozzina di quegli esseri, su ogni lato."
Antonio si trovava in una specie di corridoio, apparentemente fatto
di un materiale simile all'alluminio. Era percorso da un brivido. Rivolto
lo sguardo dietro di sé, vide dall'alto allontanarsi il campo
che aveva appena lasciato ed ebbe l'impressione che il disco fosse trasparente.
D'improvviso si riaccese la luce blu e si ritrovò in una grande
stanza circolare.
"Vidi allora una cinquantina di quegli esseri. Era come se mi sentissi
chiuso in una campana di vetro ed avevo l'impressione che essi stessero
comunicando tra loro, dato che volgevano l'un l'altro le teste, come
per dirsi qualcosa."
Antonio, che si era invano dibattuto sino a quel momento incapace di
emettere alcun suono, riuscì improvvisamente ad urlare all'indirizzo
di quegli esseri: "Chi siete? Cosa volete?"
Con sua grande sorpresa le creature caddero tutte al suolo come birilli
ed egli attribuì la cosa all'effetto sonoro della sua voce. La
luce blu si riaccese, fortissima, accecandolo. Lui continuò affannosamente
a dibattersi, sia per la paura, sia perché da quando era entrato
nel disco aveva preso ad avvertire difficoltà respiratorie.
Ora non sentiva più il proprio respiro, ma recepiva paradossalmente
quello delle entità, cosa che lo stupì in quanto le credeva
dei robot.
L'unica installazione nella grande sala disadorna, oltre lo schermo,
era data da una specie di scatola, di circa 15 centimetri di larghezza,
posta davanti a lui ed il cui aspetto era vagamente simile ad un pianoforte
in miniatura per alcuni tasti disposti su un lato. Lo strano congegno
poggiava su due lunghi sostegni e sulla sommità evidenziava una
specie di lattina nella quale gli esseri inserivano degli oggetti simili
a delle siringhe che essi portavano lungo i fianchi. Ogni volta che
essi compivano tale operazione, compariva un'immagine a colori sullo
schermo.
Ad Antonio vennero mostrate diverse scene che egli così descriverà
ad Irene Granchi:
Lui stesso nudo, sdraiato su un tavolo invisibile, le braccia a penzoloni,
mentre due esseri lo stanno esaminando, tenendo due lampade blu puntate
sul petto; contemporaneamente un terzo essere gli esamina dal retro
la testa a mezzo di una lampada che però non emette un fascio
di luce, ma rende completamente blu la parte superiore del suo corpo.
Questa scena scomparve come una delle entità, avvicinatasi alla
scatola, vi introdusse un'altra siringa.
Ancora lui, nudo, in piedi.
Lui, vestito, con la valigetta in mano e l'aspetto nervoso, mentre batte
i denti.
Un cavallo ed un carro lungo una strada polverosa; si tratta di un luogo
sconosciuto ad Antonio, che però riesce a vedere il carrettiere:
indossa un cappello di paglia, ha i piedi nudi e la camicia strappata.
Una sfera arancione e luminosa e lui accanto, in piedi.
Ancora la sfera, stavolta bluastra e con accanto uno degli esseri.
Un cane che tenta disperatamente, bava alla bocca, di afferrare uno
degli esseri che sta davanti a lui, senza che riesca a raggiungerlo;
quando però il cane abbaia, l'essere si "scioglie"
dalla testa ai piedi come un budino.
Questo momento della rievocazione, annoterà la Granchi, è
particolarmente toccante, in quanto la voce di Antonio subisce un tangibilissimo
mutamento emotivo, che prelude alla esposizione di una allucinante seconda
parte di tale scena: uno degli esseri si stacca dalla fila procedendo
verso di lui, punta la siringa verso il cane, che improvvisamente assume
una colorazione blu, per iniziare gradualmente a sciogliersi trasformandosi
anch'esso in un informe ammasso gelatinoso.
Uno stabilimento in cui, su tre linee di assemblaggio, vengono costruiti
gli UFO, con milioni di analoghe entità robot addette ai lavori,
tuttavia sprovviste di utensili.
Un treno di vecchio tipo, malridotto e sprovvisto di finestrini, mentre
imbocca una galleria, scomparendo alla sua vista.
Una grande strada affollata di turisti, che gli ricorda la Avenida Presidente
Vargas (una delle principali arterie di Rio) intasata dal traffico,
al punto tale che tutte le auto sono ferme.
Successivamente nel suo resoconto Antonio tornerà su questa sequenza
di immagini, rammentandone una scena riguardante se stesso, con del
fumo proveniente dalla sua schiena, ed un'altra, vestito che vomita
e si defeca addosso.
Ad un certo punto uno degli esseri si avvicina ad Antonio e, puntatogli
una siringa sulla punta del dito medio della mano destra, gli estrae
del sangue, riempendo la siringa sino a farla traboccare: fu questo
il momento in cui vide un colore diverso dal blu o dal bianco abbacinante
dominanti. L'essere quindi puntò la siringa verso un riquadro
della parete, tracciando (presumibilmente col sangue) l'enigmatico disegno
di tre cerchi tagliati da una "L".
Nella sua ricostruzione Antonio preciserà alla Granchi di non
sapere quando effettivamente collocare il momento del prelievo ematico,
cioè se prima o dopo la carrellata delle inaudite immagini cui
era stato sottoposto, riuscendo solo a ricordare che il proprio sequestro
aveva avuto termine dopo la scena della grande strada affollata: "proiettato"
all'esterno del grande oggetto, era stato "depositato" in
una strada posta quasi di fronte alla stazione di -Paciencia.
In altri termini egli venne probabilmente teletrasportato nei paraggi
di casa sua, a tre o quattro chilometri di distanza. Non gli riuscirà
ovviamente di ricostruire come fosse finito da quelle parti: l'unica
cosa in lui certa fu che si ritrovò in una strada adiacente alla
ferrovia e, guardando verso il basso, realizzò che una di quelle
creature era con lui. Rivolto lo sguardo al cielo, vide un "grande
pallone scuro" allontanarsi e al tempo stesso si rese conto che
l'essere precedentemente accanto a lui era ora scomparso. Si ritrovava
fra le mani la sua valigetta, ed era vestito allo stesso modo nel quale
era uscito di casa; batteva però i denti per un forte senso di
brivido che stava aumentando: esattamente come aveva illustrato la seconda
immagine proiettata sullo schermo a bordo del disco.
Il suo orologio segnava ancora le 2.20, bloccato nel momento in cui
era iniziato il suo allucinante viaggio da quel capolinea maledetto.
I postumi: dolori, paura, insicurezza
Arrivato alla stazione di Paciencia, Antonio chiese l'ora: erano le 2.50 del mattino. Alle 3.10 arrivò l'autobus e Antonio lo prese, arrivando al lavoro in orario.
Si sentiva male, nervoso e dolorante, ciò nonostante volle a
tutti i costi sobbarcarsi l'intero turno, forse nell'illusione di rimuovere
il ricordo della tremenda esperienza. A casa non .volle dire nulla alla
moglie e la notte di venerdì fu un vero inferno: la temperatura
corporea era sempre più alta, violenti e ripetuti conati di vomito
lo colpivano e l'intestino era afflitto da continui problemi d'incontinenza;
per ultimo un fortissimo mal di testa prese a tormentarlo per giorni.
Gli tornarono alla mente le immagini che aveva visto a bordo dell'UFO,
particolarmente quella col fumo che fuoriusciva dalla sua schiena, legata
al forte calore che lo pervadeva e nella quale erano stati anticipati
i suoi pesanti problemi gastrointestinali contingenti.
Il sabato e la domenica questi sintomi si acuirono al punto da costringerlo
a casa ed egli cominciò ad avvertire che il proprio corpo letteralmente
scottava. Invano la moglie cercò di alleviarne le sofferenze
strofinandolo con un po' di alcool. Il bruciore era particolarmente
intenso proprio laddove, durante il sequestro, la luce blu gli era stata
applicata.
Il lunedì si presentò alla Compagnia, dicendo che era
intenzionato a licenziarsi per via del suo tormentato stato di salute
aggravato da forti difficoltà respiratorie. Come lo videro, i
colleghi rimasero sconcertati dal cambiamento radicale che evidenziava
il suo aspetto, nel quale non riconoscevano più il giovane sane
e robusto da anni ad essi noto, e che ora in volto appariva, come riferirono,
"verde come l'erba". Ad essi Antonio chiese di essere "innaffiato
d'acqua" perché sentiva il corpo bruciare.
Il suo malessere era talmente palese agli occhi del personale medico,
da indurre un'infermiera a proporgli la somministrazione di un sedativo,
che egli nervosamente rifiutò, lasciando allibiti i presenti:
si trattava infatti di un'iniezione!
A questo punto cominciava a farsi strada l'idea che egli fosse impazzito
e se ne decise il ricovero coatto. Prima tuttavia che Antonio venisse
portato in ospedale, lo psicologo della compagnia, il Dr. Neli Carbonell
David volle esaminarlo, convincendosi del fatto che il giovane era afflitto
solo da inaudite sofferenze fisiche, incomprensibilmente insorte.
In ospedale, Antonio cominciò a parlare confusamente di UFO;
ciononostante i medici che sulle prime l'avevano creduto folle, convennero
in un secondo tempo sulle conclusioni raggiunte dal Dr. Neli, soprattutto
quando riscontrarono che la sua temperatura corporea segnava l'incomprensibile
ed altissimo indice di 42 gradi centigradi!
Inoltre uno dei medici, del Rocha Faria Hospital, evidentemente informato
in materia... sentendo i discorsi, sia pur frammentari del giovane,
collegati al proprio rapimento, si convinse dell'opportunità
di approfondirne il caso, asserendo non fosse il primo del genere che
ad essi capitava, ed il cui carattere "estremamente delicato",
com'egli lo definì, sarebbe stato del resto confermato da quella
sensazione di vuoto che Antonio dopo oltre un mese dal proprio incidente,
avrebbe continuato a recepire nel camminare, da lui sintetizzata nel
concetto: "era come se galleggiassi su di una nuvola".
Intervistando il Dr. Neli, Irene Granchi raccolse la seguente dichiarazione:
"Non sono al momento in grado di dire nient'altro che il paziente
è molto nervoso. Da un punto di vista clinico il suo stato è
alquanto strano, con una temperatura corporea data da indici così
variabili. Psicologicamente il suo stato è catastrofico; proverò
a sottoporlo ad ulteriori test domani,. ma ritengo egli debba essere
tenuto sotto osservazione da parte di un team di medici, in quanto presenta
un quadro clinico assolutamente fuori dell'ordinario."
Il Dr. Neli riferì inoltre che quando quel lunedì mattina
aveva visitato per la prima volta Antonio nel suo ambulatorio, questi
piangeva come un bambino ed era in uno stato psicologico pietoso. Ordinatogli
di togliersi i vestiti, riscontrò che il suo corpo era letteralmente
coperto da eruzioni cutanee. Il giovane aveva un'incredibile sete, in
quanto sentiva la gola letteralmente ardergli. Infine il medico confermò
che egli aveva effettivamente vomitato per l'intera notte.
La prima comparsa degli esseri a forma di birillo
Un'inaspettata conferma dell'incredibile IR4 brasiliano, relativamente alle stranissime entità in esso descritte, pervenne da un incontro ravvicinato verificatosi diversi mesi prima nel gennaio di quello stesso '77 negli USA, ad Harrah nello Stato di Washington, e riportato da una gazzetta locale, la "Toppenish Review". Protagonista era stato un bambino che aveva riferito di avere visto in prossimità di due "navi di acciaio" due "omini" alti circa un metro, con una gamba sola sulla quale "ruotavano". Nascostosi dietro uno scatolone egli aveva seguito le manovre degli esserini, sino a quando essi erano risaliti a bordo degli oggetti, tramite una porta di accesso apertasi in due parti come una croce, oltre la quale egli aveva scorto l'interno, fortemente illuminato. Dopodiché le navi erano decollate, "nascondendosi in una nuvola di fumo". Corso a svegliare la madre (erano le 6.30 del mattino) il bambino non era stato ovviamente creduto. In un secondo tempo strane tracce furono individuate nell'area del presunto avvistamento, oltre ad un'area circolare di tre metri, nella quale l'erba si presentava schiacciata.Un caso modello
Malgrado poco conosciuto, il Caso La Rubia può dirsi un vero prontuario dei tipici tratti ricorrenti in un IR4: un modello esemplare per la sintomatologia che esso evidenzia sul piano fisico e psicologico del soggetto. Quest'ultima, la classica "sindrome da abduction", sintetizzata nella vicenda di Antonio nel mutamento radicale della persona, nello stato confusionale, nella soverchiante paura, nella paresi corporea e nella sensazione di "camminare nel vuoto", è oggi riproposta da una vastissima casistica internazionale, più o meno nota, e da una letteratura specialistica i cui contributi vanno da John Mack a David Jacobs, e da Karla Tumer a Whitley Strieber.Altri interessanti dettagli nella narrazione di Antonio sono:
- Il sentire "la gola ardere", accompagnato da una sete illimitata,
riportato anche nell'esperienza di Travis Walton, il quale parlò
anche di pareti trasparenti del disco.
- La vaga sensazione di entrare "fluttuando" nel disco, descritta
da Barney Hill nel proprio celebre caso; anche le stranissime entità
sono a loro volta descritte "floating around", alla stessa
stregua di altri noti casi di abductions come quello di Pascagoula.
- Il grande schermo ricorre in un notevolissimo numero di resoconti
di rapiti e di contattisti che narrano essere stati sottoposti ad un
bombardamento di immagini dall'apparente contenuto ora di ammonimento,
ora quasi idilliaco: qui vediamo sul piano generale un trait d'union
significativo fra i due ambiti di esperienza. Irene Granchi realizzò
che la descrizione dello schermo del caso La Rubia, coincideva con quella
di un altro evento brasiliano risalente al 1968, che lei stessa aveva
indagato, e noto come caso Mendoza Peccinetti-Villegas.
- L'immagine di Antonio con una sfera luminosa accanto a sé ribadisce
il sopra menzionato trait-d'union rinviando al tempo stesso ad alcuni
recenti casi di rapimento, come l'esperienza italiana di Valerio Lonzi,
o a vicende contattistiche, come quella storica di Orfeo Angelucci.
- La descrizione del prelievo ematico è quasi un classico dei
casi di abductions: come non ricordare lo storico, anche se relativamente
poco dibattuto, caso Villas Boas, del '57, nel quale l'omonimo protagonista
di Antonio si vide applicare un tubicino alla guancia, dalla quale vide
scorrere il proprio sangue, recependo anche lui di lì a poco
un forte bruciore sulla zona della pelle interessata.
- La sensazione di essere stato prigioniero all'interno di "un'invisibile
campana di vetro", corrisponde a quanto riferito sotto ipnosi da
un altro addotto brasiliano, il libraio Onilson Patero, protagonista
nel marzo del '74 di un clamoroso caso di "teleportation",
e ci riporta ad altri casi celebri come quello già citato di
Travis Walton che descrisse una specie di involucro nel quale fu tenuto
prigioniero prima e durante i test cui venne sottoposto, o come l'analoga
esperienza di Betty Andreasson-Luca, del '67.
Italia 1954: un caso similare?
Malgrado ufficialmente presentato come "incontro del terzo tipo", quanto accaduto parecchi anni prima in Italia, nel corso di quella che fu un'annata d'oro per l'ufologia contemporanea, anticipò per non pochi aspetti il caso La Rubia.
Pochi minuti prima della mezzanotte del 18 ottobre 1954, a Parravicino
d'Erba, in provincia di Como, il rappresentante di commercio Renzo Pugina
si trovava nel parco della villa ove aveva parcheggiato la propria auto,
quando fu colto da una forte luminosità proveniente dal giardino.
Mossi alcuni passi verso la scalinata di accesso al viale della villa,
notò in cima a questa uno stranissimo essere, alto non più
di un metro e trenta centimetri, che appariva come un curioso "misto
di uomo e di macchina": la testa era racchiusa da una specie di
casco, sopra il quale brillava una luce che consentiva di discernerne
le fattezze del volto, dagli occhi di tipo mongoloide. Le braccia ed
il torace erano rivestiti da una specie di corazza a squame. La parte
inferiore del corpo non evidenziava gambe, ma si continuava in una stranissima
protuberanza a forma di cono, che piegandosi posteriormente dava luogo
ad una struttura "a tubo" terminante in una specie di disco,
del diametro di una ruota di bicicletta.
Accortosi della presenza del Pugina, l'essere rivolse in sua direzione
quella che sembrava una torcia elettrica, dalla quale scaturì
una luce bianca. Improvvisamente il Pugina si sentì, esattamente
come descriverà Antonio La Rubia sulla propria esperienza, "inchiodato
al suolo", preda di paura e smarrimento.
Acquisita di nuovo la motilità corporea, apparentemente conferitagli
dal freddo contatto con il metallo delle chiavi che aveva in tasca e
con un impeto quasi eroico, il Pugina risalì le scale alla volta
dell'essere, urlando all'indirizzo di questo la parola "Marte!"
nel tentativo di richiamare la sua attenzione. Ma la creatura robot,
noncurante di ciò, si staccò improvvisamente dal suolo
e, fluttuando ascensionalmente, scomparve in breve dalla vista del testimone.
Rientrato in casa in preda al panico il Pugina narrò ai propri
famigliari la sua incredibile avventura; tremori e malessere cominciarono
a manifestarsi in lui. Quella notte nessuno riuscì a dormire,
nel timore che il marziano tornasse. I giorni successivi furono un vero
calvario per il Pugina, vittima degli stessi sintomi che decenni più
tardi caratterizzeranno lo stato clinico di Antonio La Rubia, reduce
dal clamoroso rapimento: anche lui rimase sotto shock per parecchi giorni,
accusando un forte aumento della temperatura corporea, unitamente a
pallore, nervosismo e paura.
Unico souvenir lasciato dal passaggio della misteriosa entità
fu una strana macchia inodore al suolo, né umida, né grassa,
che nel volgere di una giornata aumentò ben sei volte di volume,
per poi arrestarsi e progressivamente regredire. Prima che scomparisse,
un sedicente "biologo" di Milano si presentò per prelevarne
dei campioni, senza far più sapere nulla né dei risultati
delle analisi, né di se stesso.
Considerazioni finali
Essendo impossibile trarre delle conclusioni su vicende come quella di La Rubia, o su tante altre analoghe, che indipendentemente dai propri tratti peculiari sono solo tessere sparse di un mosaico il cui significato ci sfugge completamente, o meglio ancora rappresentano la punta di un iceberg dalle dimensioni sconosciute, è forse stimolante al fine di interrogarci circa l'esigenza di un nuovo approccio alla sconcertante ed enigmatica fenomenologia delle abductions e al mistero UFO più in generale, riflettere su quanto scriveva già nel '77 John Keel, riguardo la centralità dell'esperienza del testimone."Abbiamo passato vent'anni cercando una soluzione di tipo semplicistico... La verità è indubbiamente molto, molto più complessa e può risiedere del tutto al di fuori delle scienze riconosciute e quotate. La sola via di scoprirlo è eseguire studi approfonditi su tutto ciò che accade nelle zone soggette a 'flap', e di correlare gli incidenti scoperti in queste zone... non la sconnessa ma scientifica raccolta di rapporti sulle luci in cielo. La gente di tutto il mondo sta entrando in un incubo fantascientifico... Non possiamo più ignorare ciò che è strano o che sembra irrilevante. Qualcuno... o qualcosa... sta attraversando molti muri (profetica affermazione! N.d.R). E gli ufologi sono così occupati a guardare attraverso i loro telescopi che si sono estraniati dalla realtà, qualunque essa sia. Smettiamo di provare l'esistenza, l'origine, la meccanica degli oggetti. Ci abbiamo giocato per vent'anni e non abbiamo ottenuto niente. È ora di fare uno sforzo concertato per scoprire che cosa succede... Gettate via i vostri inutili moduli e questionari d'avvistamento, con le loro innumerevoli domande sulle dimensioni, velocità e quote di oggetti volanti non identificati! Cercate di scoprire tutto del testimone... e scavate nella sua memoria (ma senza mai fare domande guida che lo portino alla risposta voluta) nella sua fanciullezza. Sarete sorpresi di ciò che ne uscirà. E dopo avere visitato abbastanza zone infestate, la vostra sorpresa si muterà in orrore deprimente. Getterete nella spazzatura i vostri libri di astronomia ed esobiologia e vi ritroverete a considerare e riconsiderare l'intero problema ufologico."
Fonti bibliografiche:
John Magor - "Aliens Above, Always" - Hancock House.
Pierre Delval - "Contatti del Quarto Tipo" - De Vecchi.
AAVV - "UFO in Italia" - Corrado Tedeschi Editore.
John Keel - "Un nuovo approccio ai testimoni" - in "UFO
and Fortean Phenomena" N° 2, 1978.
fonte articolo:edicolaweb