Alcune ipotesi sull'altro mondo e sulla mente non localizzata

Francesco Lamendola

ALCUNE IPOTESI SULL' " ALTRO MONDO "E SULLA MENTE NON LOCALIZZATA

Prima di svolgere alcune riflessioni e congetture sulla realtà dell'altro mondo, a prescindere - in questa sede - dall'insegnamento delle religioni, ci piace riportare una esperienza documentata riportata nel libro di Larry Dossey Alla ricerca dell'anima (tr. it. Milano, Sperling & Kupfer, 1997, pp.17-18).

"Nella sala operatoria tutto era filato liscio fino alle ultime fasi dell'operazione. Poi era successo qualcosa. Mentre il chirurgo suturava l'incisione, il cuore di Sarah cessò di battere. Una reazione all'anestetico? Un'alterazione del sangue provocata dall'elettrolisi e sfuggita ai controlli? Una conseguenza di un'affezione cardiaca subclinica? Il monitor cardiaco rivelò improvvisamente una fibrillazione ventricolare, una tumultuosa, caotica tempesta elettrica nel cuore, che ne impedisce pulsazioni efficaci. Ma l'emergenza cessò nell'arco di un minuto, perché tanto bastò all'anestesista per defibrillarla con l'apparecchiatura sempre pronta allo scopo, in sala operatoria. Eppure quell'esperienza sotto i ferri aveva lasciato a Sarah qualcosa di più del dolore al fianco dove le era stata asportata la cistifellea piena di calcoli biliari e dei concentrici anelli rossastri sul suo petto, provocati dall'azione degli elettrodi del defibrillatore; Sarah aveva qualcos'altro che sbalordì non solo lei, ma anche il resto dell'équipe della sala operatoria: un ricordo chiaro e dettagliato della febbrile conversazione fra i chirurghi e le infermiere durante il suo arresto cardiaco, la disposizione della sala operatoria, le annotazioni scribacchiate sulla tabella del reparto di chirurgia nella sala esterna, il colore delle lenzuola che coprivano il tavolo operatorio, la pettinatura della capoinfermiera, i nomi dei chirurghi che nella loro saletta in fondo al corridoio aspettavano la conclusione del suo caso e perfino il particolare bizzarro che quel giorno il suo anestesista portava i calzini spaiati. Sapeva tutto questo benché durante l'operazione e l'arresto cardiaco fosse rimasta completamente anestetizzata e priva di conoscenza. Ma quello che rendeva ancora più portentosa la sua visione era il fatto che fosse cieca dalla nascita.

" Dunque, una persona cieca dalla nascita e, per di più, in stato di anestesia totale e di arresto cardiaco vede, ripetiamo: vede (con quali occhi?) non solo tutti i particolari di ciò che avviene intorno a lei, ed ascolta i discorsi delle persone presente; ma vede e sente anche quello che accade in un'altra stanza, inoltre osserva particolari (come i calzini dell'anestesista) che, dalla sua posizione sul tavolo operatorio, non potrebbe in nessun caso vedere, neanche se non fosse cieca e se non fosse in quelle condizioni fisiche. Questa è una delle molte testimonianze che fanno supporre l'esistenza di una mente non localizzata, capace di vedere, sentire e capire in condizioni di totale separazione dal corpo fisico. Ma dire che esiste una mente non localizzata equivale a dire che esiste un'anima - parola da secoli bandita dal linguaggio scientifico, in ossequio al materialismo imperante dopo Cartesio e Newton -, ossia una entità incorporea che conserva le facoltà del pensiero, della percezione, della memoria e dell'immaginazione. Certo, è possibile credere che tali facoltà esistano anche indipendentemente dall'anima. Il professor Ian Stevenson, famoso anche presso il grande pubblico per i suoi studi su alcuni casi di presunta reincarnazione, fa notare giustamente che le operazioni mentali e l'anima non sono necessariamente la stessa cosa. Come ha ben sintetizzato Joan Forman nel suo libro La maschera del tempo (tr. it. Milano, SIAD Edizioni, 1979, p. 188)

"Una delle principali autorità moderne sulla reincarnazione è il dott. Ian Stevenson, professore di psichiatria all'Università della Virginia. A suo parere non è necessario credere nell'anima per credere nella reincarnazione, ed egli porta a sostegno i buddhisti Theravada, i quali sostengono che l'uomo possiede non già un'anima ma un gruppo di processi mentali sempre cangianti."

Ci sia concesso, tuttavia, di rimandare la disquisizione fra "processi mentali" ed "anima" ad un'altra sede, ove ci occuperemo specificamente di tale aspetto del problema; e di considerare, provvisoriamente, le due cose come quasi identiche, ai fini delle riflessioni che qui intendiamo svolgere. Nel linguaggio comune, e anche nel comune sentire della grande maggioranza degli esseri umani, non vi è una differenza sostanziale fra il concetto di "anima" e quello di "processo mentale" svincolato dai condizionamenti del corpo e totalmente libero di muoversi al di fuori di esso, come nel caso citato da Larry Dossey e riportato all'inizio di questo articolo. Sempre questo Autore, infatti (op. cit., p. 2), osserva che

"Se esiste un aspetto della mente che è decisamente non localizzato, questa entità viene identificata con l'anima: qualcosa senza tempo, senza spazio e immortale. La riscoperta della natura non localizzata della mente, quindi, è essenzialmente una riscoperta dell'anima."

Un dogma della scienza occidentale moderna (quella affermatasi in Europa, appunto, la con la cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo) è che qualcosa di immateriale, se pure esiste, non può assolutamente influire su qualcosa di materiale. Ma si tratta, come per tutti i dogmi di tutte le religioni (e di tutte le scienze, a cominciare dalla matematica) di un assunto non dimostrato e non dimostrabile: qualcosa che dovrebbe reggere tutto il resto, ma che non è oggetto di verifica né, popperianamente, di possibile "falsificazione". Così si esprime in proposito il filosofo John Beloff ( J. B. Rhine on the nature of psi,in J. B. Rhine: On the Frontiers of Science, a cura di R. K. Rao, Macfarland, Jefferson, 1982, pp.97-110)

"In pratica… Cartesio e i suoi seguaci avevano semplicemente fatto proprio un principio della filosofia scolastica secondo cui un effetto deve avere la stessa natura della sua causa. Ma non c'è nessun motivo logico per cui questo debba essere necessariamente vero. Non c'è niente di contraddittorio nel supporre che un'entità immateriale, se tale è la mente, non possa produrre effetti fisici… L'idea è tuttora sostenuta da un così gran numero di filosofi moderni che la situazione presenta aspetti assurdi o incoerenti… essa non ha nessun fondamento. È perfettamente giustificato insistere che mente e materia devono avere "qualcosa in comune", ma questo qualcosa è precisamente il potere d'influenzarsi a vicenda; non è necessario niente di più."

Certo, la maggioranza dei filosofi contemporanei (ad es., Umberto Galimberti) sostengono che la mente non è affatto "anima", ma "corpo", ossia una funzione neuronale del cervello. Partendo da un pregiudizio materialistico, si rifiutano di ammettere che vi sia qualcosa al di fuori del corpo, quindi finiscono per trovare soltanto quel che ammettevano fin dall'inizio non come esistente, ma come possibile: tipico esempio di pensiero deduttivistico che si avvolge su se stesso. Questa opinione si è talmente diffusa, negli ultimi tre secoli, che revocarla in dubbio avrebbe tutto il sapore di una eresia; e non si può dire che il coraggio intellettuale sia una delle qualità più diffuse fra i pensatori moderni. Come scriveva acutamente Lin Yutang in un testo che meriterebbe di essere riletto, Importanza di viere (tr.it. Milano, Bompiani, 1941, pp.3-4)

"Sembra che il coraggio sia la più rara di tutte le virtù di un filosofo moderno". Tornando al rapporto mente-cervello, bisogna infatti osservare che dal fatto che il cervello sia lo strumento attraverso cui agisce la mente (ma non sempre: si pensi al caso della paziente Sarah, citato in apertura!) non discende affatto la conseguenza inevitabile che lamente sia una funzione del cervello, o che mente e cervello siano una cosa sola. Ancora Larry Dossey, che si rifà al filosofo Henry Margenau (op. cit., p.3)

"Benché la Mente non sia confinata al cervello e neppure ne sia un prodotto, può però funzionare tramite il cervello. Il risultato è la comparsa di menti individuali, derivate dalla più vasta Mente; a queste ci riferiamo quando parliamo di sé ideale, di ego, di persona e di senso dell'io. Le caratteristiche primarie della mente sono il contenuto e un certo livello di consapevolezza conscia: la miriade di pensieri, emozioni, e sensazioni che ci sommergono ogni giorno. Le menti individuali sono altamente suscettibili ai cambiamenti che avvengono nel corpo fisico: umori, emozioni e perfino pensieri possono essere modificati da mutamenti che intervengono nel cervello e nel corpo."

 Allora, se ammettiamo (almeno come ragionevole ipotesi di lavoro) che:

1) esista una Mente non localizzata, che conosce ogni cosa;

2) esistano delle singole menti non localizzate, che abitualmente sono legate alle funzioni corporee, ma che, in condizioni particolari, possono riscoprire la loro vera natura, fondendosi con l'unica Mente

3) la possibilità delle menti non localizzate di muoversi liberamente oltre le barriere dello spazio e del tempo attesta l'esistenza di un altro mondo, contiguo al nostro, ma giacente su un diverso livello di realtà; allora possiamo interrogarci sulla natura di quest'altro mondo e formulare qualche ipotesi o congettura in merito, non di carattere gratuito, ma in base a criteri di coerenza e di verosimiglianza.

Uno degli studiosi che maggiormente si sono occupati di questo problema, Nils Olof Jacobson (Vita dopo la morte?, tr. it. Milano, CDE, s. d.) ha tracciato questo quadro ipotetico, sulla base di molti anni di studio su una serie di fenomeni attinenti la sfera d'azione psichica al di fuori della struttura corporea (telepatia, precognizione, psicocinesi, fantasmi, invasamento, ecc.).

"Supponendo una vita dopo la morte ,occorre partire dal concetto che la psiche è esclusa dalle percezioni sensoriali, in quanto gli organi sensori hanno cessato di funzionare. La psiche non ha dunque contatto con il mondo materiale, ma si trova ad esistere in ciò che il Prince chiama il "prossimo mondo"; questo può immaginarsi approssimativamente come quel mondo che sperimentiamo in sogno.

Perdurando il sogno, questo mondo è per noi altrettanto reale quanto quello esterno, materiale. Case, strade e sentieri ove ci muoviamo in sogno appaiono reali esattamente quanto quelli concreti. Possiamo vedere tinte luminose e sentire, anche, intensamente gli odori e i sapori. Usiamo degli oggetti, abbiamo contatti con altre persone. Ciononostante, ci rendiamo conto che queste esperienze non si basano su degli impulsi sensoriali procedenti dal mondo della concretezza, ma hanno altre origini (anche se alcune sollecitazioni provenienti dal mondo esterno vengono assunte dal dormiente e trasferite nel sogno).

Le esperienze dei sogni sono parte costitutiva di un mondo 'interiore'. Si tratta di un mondo di immagini mentali, pur non essendo 'mondo immaginario'. Gli oggetti del sogno sono perfettamente reali fino al momento in cui ci risvegliamo. Di questi oggetti, si può affermare che non esistono in senso materiale; ma non si può sostenere che non abbiano affatto esistenza.

E tuttavia nel mondo a cui appartengono, essi obbediscono a leggi che non sono di natura fisica. Se il "prossimo mondo" è quale lo suggerisce questo mondo del sogno, esso può essere sperimentato in maniera reale quanto il mondo fisico presente. "Si può quindi pensare che ogni singola psiche, dopo la morte, costruisca per sé un mondo di ricordi, desideri ed aneliti ,proprio come questi ricordi, desideri ed aneliti influenzano i nostri sogni durante la vita terrena. Possono esistere, quindi, molteplici "prossimi mondi" - uno per ogni psiche - ma nella misura in cui le varie psiche coltivano interessi, ricordi, desideri simili, esse possono entrare in contatto telepatico fra di loro; e durante tutto questo tempo ogni psiche può accedere al mondo d'un'altra. Anche qui si possono ritrovare le 'psiche private' del Ducasse. Ma nella misura in cui numerose psiche hanno interessi comuni, può esistere per esse anche un mondo 'universale'. "Questo significa che tutti i desideri saranno esauditi? Certo, può essere così; ma non significa che quest'esistenza debba essere necessariamente banale, felice e spensierata: l'ambiente sperimentato dalla psiche consiste, qui, nei suoi desideri e nelle sue ambizioni. La cosa può essere espressa nel senso che i desideri ed appetiti della psiche sono materializzati nell'ambiente. Se però desideri ed appetiti, per loro natura, non sono né belli né gradevoli, ciò si riflette anche sul suo ambiente. Un mondo composto esclusivamente delle nostre immaginazioni - condensate a formare il mondo esterno - non sarà, automaticamente, felice e positivo. Lo sarà sempre soltanto nella misura in cui le nostre immaginazioni, gli impulsi ed i desideri saranno positivi. Se, inoltre, è caratteristico della situazione dopo la morte il fatto che i confini fra subcosciente e coscienza divengano fluidi, esistono delle ulteriori possibilità nel senso che i contenuti psichici negativi, sentiti come appartenenti al mondo esterno, si manifestino nettamente."

Questa concezione, secondo la quale, in sostanza, "Inferno" e "Paradiso" non sarebbero altro che la solidificazione delle nostre paure, dei nostri desideri e delle nostre aspettative (per cui il materialista convinto potrebbe anche precipitare nel nulla), è in accordo, fra l'altro, con antichissime forme di conoscenza esoterica, quale ad esempio quella espressa nel cosiddetto Libro tibetano dei morti.

Fantasie, divagazioni puerili? Forse.

Tuttavia, ancora una volta, bisogna porre la domanda: se la "realtà" non è un dato esterno oggettivo e immodificabile, che le singole menti possono solo subire, ma - al contrario - l'opera creativa e incessante delle nostre aspettative, delle nostre paure e dei nostri desideri, allora il mondo della mente, il mondo dell'anima è estremamente reale, sia per chi ci crede, sia per chi lo nega o lo ammette solo come funzione neuronale del cervello. Ed è in esso che si esprime il nostro livello di evoluzione spirituale e da esso che dipendono, in larga misura, l'Inferno e il Paradiso che ci stiamo costruendo con le nostre stesse mani, fin da ora, quando le nostre menti sono ancora sostanzialmente legate al corpo e vi si credono confinate senza residui. Queste riflessioni possono apparire strane o inutili solo a chi sia stato talmente penetrato dalla dominante cultura scientista, da non riuscire più a scorgere la vera natura della missione che ci è affidata nella nostra vita terrena e il nostro traguardo finale. Come ha scritto il neurofisiologo e premio Nobel, sir John Eccles (in The Human Psyches,Springer International, New York, 1980,p. 25)

"Nella nostra epoca l'uomo ha perso ideologicamente la strada… La scienza si è spinta troppo oltre nel distruggere la fede dell'uomo nella propria grandezza spirituale… e gli ha istillato la convinzione di essere semplicemente un insignificante animale, che si è evoluto per caso e necessità in un altrettanto insignificante pianeta, sperduto nella grande immensità del cosmo… Noi dobbiamo renderci conto dei grandi misteri della struttura materiale e del funzionamento dei nostri cervelli, della relazione fra cervello e mente e della nostra immaginazione creativa."

Forse è tempo, per l'uomo contemporaneo, di ritrovare la strada smarrita e di recuperare, insieme al senso della propria dignità e del proprio significato, la fierezza di essere parte non disprezzabile di un grande disegno cosmico e la gioia di potervi contribuire liberamente, mettendosi in gioco con generosità e accettando le sfide della vita con coerenza e, se necessario, con disponibilità al sacrificio. Forse, il mondo grigio e scialbo in cui ci troviamo così spesso relegati è proprio quello della nostra piattezza interiore, del nostro vizio di nuotare in acque basse e fangose, quando avremmo un mare limpido e meraviglioso a portata di mano.

Forse dovremmo lasciare la buia cantina maleodorante in cui ci siamo lasciati rinchiudere così a lungo, e riprendere possesso del luminoso palazzo e del verdeggiante giardino che ci sono stati destinati fin dall'inizio, e che sono una nostra inalienabile eredità.

Francesco Lamendola

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