ChupacabraGli ipotetici chupacabras italiani

Il “Chupacabras” di Alvignanello

5 Min. lettura

di Antonio Iadicicco e Carmine Silvestri

Dicembre 1996

Aggressioni ad animali da allevamento si sono verificate, nel dicembre 1996, ad Alvignanello, piccolo paese campano, ad est di Ruviano e a nord di Caserta, su una grande distesa collinare costellata da proprietà terriere. Alle spalle di Alvignanello si erge un fitto bosco la cui vegetazione selvaggia ostacola l’accesso sia all’uomo che a qualunque animale di grossa taglia. Si sospetta le uccisioni siano opera di un’entità biologicamente anomala, forse il Chupacabras.

II caso è stato investigato da Antonio Iadicicco e Carmine Silvestri, all’epoca inquirenti del CUN di Caserta, ora componenti del GIRUC, coordinati da Umberto Telarico.

Gli autori dell’inchiesta

La sera del 15 dicembre 1996, alle ore 22:00 circa, il trentaquattrenne Andrea G. stava guardando la TV con sua moglie, quando ebbe il presentimento che qualcosa di strano stesse accadendo al suo allevamento di 620 pecore. Pensò di uscire per controllare, ma la moglie lo trattenne, perché imperversava un forte temporale. La mattina seguente, verso le 7:30, Andrea G. si recò all’allevamento, trovò il recinto rotto, i cani spaventati a morte ed il gregge sparso nei dintorni, come se qualche animale avesse inseguito ed azzannato le pecore alla gola. Novantuno di esse erano morte, 60 ferite e le rimanenti erano disperse.

Interpellato il veterinario, questi rimase stupito dal numero di vittime e dalle modalità dell’aggressione: gli animali non si presentavano sbranati, ma del tutto intatti, mostrando soltanto due fori (del diametro di qualche centimetro) alla gola. Di particolare interesse era la completa assenza di sangue sul terreno e sugli animali, cosa che fece dedurre che il predatore in questione fosse di tipo ematofago. Alcuni presentavano un solo foro al collo, come se l’aggressore non fosse riuscito ad azzannare. II veterinario, del quale non possiamo riportare le generalità per motivi di sicurezza, fu titubante a trarre conclusioni, dichiarando infine che ad aggredire gli ovini era stato presumibilmente un branco di cani selvatici. Nello stesso giorno il fratello del signor Andrea si mise alla ricerca di eventuali tracce lasciate dal predatore e si accorse che sul terreno, accanto ad una pecora morta, spiccava un’impronta circolare larga 10 centimetri, in cui era possibile riscontrare la presenza di artigli. La ricerca continuò anche nei giorni seguenti, durante i quali furono rinvenute altre impronte simili. II 31 dicembre, alle ore 22:30 circa, Andrea G., avvertito da un suo vicino del continuo abbaiare dei suoi cani, corse armato verso l’allevamento e trovò gli animali impauriti ma, controllate le pecore nel recinto, non riscontrò alcunché di insolito e decise di tornare a casa. Durante il tragitto, pero, notò due occhi rossi che rilucevano nel buio ma, credendo fossero di uno dei suoi cani, non vi prestò troppa attenzione. La mattina dopo, tornando alla stalla per foraggiare le pecore, ne trovò altre 11 morte, uccise con le stesse modalità delle precedenti. Intervenuti i Carabinieri e il personale medico dell’Azienda Sanitaria Locale, le carcasse vennero sotterrate ad una profondità di circa 2 metri. Nelle notti successive Andrea G. si appostò per sorvegliare il gregge e, una notte, sentendo i cani abbaiare nervosi, imbracciò il fucile gia carico e lo puntò nell’oscurità, scorgendo improvvisamente una sagoma che, velocissima, gli passò a pochi centimetri dal viso, tanto da avvertirne lo spostamento d’aria, per poi scomparire nel buio, così velocemente da non poterne distinguere le fattezze.

Una ventina di giorni dopo, un altro allevatore della stessa zona, M.C., raccontò ad Andrea G. che due suoi cani a guardia del gregge abbaiarono improvvisamente, dirigendosi verso il bosco, da cui però non fecero più ritorno. Alcuni giorni dopo i cani furono rinvenuti morti, con i medesimi segni delle pecore.

Lo scenario si complicava: nelle campagne di Alvignanello, i cani di altri allevatori, portando il gregge al pascolo, vennero attratti da qualcosa presente nei cespugli che li impaurì; nello stesso periodo, nella zona fu trovato, nell’erba alta, un solco largo 5 metri e lungo quanto tutta la distesa; infine, il 31 marzo 1997, ad un allevatore venne uccisa una pecora che presentava due fori alla gola e completa assenza di sangue.

Il 3 aprile, alle ore 17:30 circa, Mario C., che si trovava a qualche chilometro di distanza dall’allevamento di Andrea G. per raccogliere degli asparagi, avvertì d’improvviso uno strano verso simile ad un respiro affannoso (come un sibilo) che proveniva dall’interno di un cespuglio a pochi metri di distanza. L’uomo si avvicinò incuriosito e più si avvicinava più il sibilo aumentava di intensità e viceversa. “Questo – dichiara – mi fece intuire che doveva esserci sicuramente qualche animale sconosciuto, poiché non riuscivo ad associare lo strano verso a nessun animale a me noto. Ma mi avvicinai lo stesso al cespuglio. Improvvisamente l’animale emise un urlo così forte ed intenso, smuovendo il fogliame e potei scorgere una sagoma scura che si agitava, alta circa un metro e trenta. Ebbi paura. Così scappai”. Le impronte rilevate dagli allevatori locali hanno permesso di ricavare un calco che è stato sottoposto al giudizio di esperti di medicina veterinaria, i quali – in ogni caso – non sono riusciti a catalogarlo tra le orme di animali conosciuti. Il calco è stato anche sottoposto ai responsabili dello zoo di Napoli, che, prendendosi qualche giorno di tempo per studiare l’orma, non sono riusciti a catalogarla né fra le orme di felini né fra quelle di grandi mammiferi come l’orso e simili. Si tratta di un’impronta di dieci centimetri di diametro, con un cuscinetto posteriore e quattro dita dotate di artigli non retrattili, penetranti nel terreno per circa due centimetri.

L’insieme delle impronte evidenzia una postura bipede e le stesse sono del tutto identiche a quelle rinvenute a Porto Rico ed in Messico (vedi “Dossier Alieni” n°3, pag. 53).Calco in gesso dell’impronta visto da prospettive diverse(immagine nn disponibile)

L’ipotesi iniziale di un animale selvatico, come un orso o un felino di grosse dimensioni, è stata scartata dai consulenti per i seguenti motivi: nel caso si fosse trattato di un felino, i cuscinetti delle dita avrebbero dovuto essere molto più arrotondati, lo spazio inter-digitale più ridotto, gli artigli avrebbero dovuto essere retrattili ed infine la loro struttura sarebbe risultata “cava” e non “piena”. Per quanto riguarda l’ipotesi di un plantigrado, il calco dell’orma avrebbe dovuto mostrare un’area palmare piatta e quattro artigli lunghi e poco ricurvi. Inoltre, entrambe le ipotesi non si accordano con le modalità di aggressione, poiché tali animali, essendo carnivori, non avrebbero dovuto lasciare intatti i corpi degli ovini, e inoltre orsi e felini non sono predatori di tipo ematofago. Si è inoltre constatato che le carcasse delle vittime non presentavano rigor-mortis, come nei decessi per dissanguamento. Gli indizi quindi ci riconducono alle ormai tristemente note e feroci aggressioni del Chupacabras, una presunta entità biologica anomala che si ciba di sangue e, in genere, preferisce come sue vittime caprini ed ovini (vedi “Dossier Alieni” n°3-5).

Va anche esclusa l’ipotesi di un’impronta artefatta, giacché, da un punto di vista strettamente tecnico, il calco presenta dettagli anatomici, come pieghe della pelle, struttura interdigitale e degli artigli, plasticità, tali da eliminare sia il risultato di una contraffazione accidentale – come sovrapposizione casuale di più impronte animali – sia di una manipolazione intenzionale. Come visto, i veterinari, dopo le analisi necroscopiche, non hanno identificato nel possibile aggressore né un felino, né un plantigrado. Inoltre gli animali (come quelli di proprietà del signor Andrea G.) erano di sesso femminile e di età compresa tra uno e cinque anni e non presentavano segni associabili a malattie infettive proprie della specie. Secondo il nostro consulente veterinario, la tecnica predatoria attribuibile all’aggressore in questione, (cioè uccisione di ovini con una sola ferita all’altezza del collo, paragonabile a quella di un serpente), l’assenza di segni di sbranamento, dilaniamento e divoramento dei corpi e la sua apparente dieta ematofaga, fanno escludere la sua appartenenza a qualsiasi specie animale nota.

II parere di un altro veterinario è stato simile, ecco il suo rapporto:

“Analizzando le modalità di aggressione e visionando l’impronta, si tratta presumibilmente di un’entità biologica animale che ha subito un’alterazione genetica tale da renderlo dissimile, sia per caratteristiche strutturali che fisiologiche, da qualsiasi animale di tipo felino o urside di qualche specie”.

Si ripete quanto accaduto nelle regioni centro-sud americane: non potendo associare le impronte e le modalità di comportamento ad alcun animale noto, si fa ricorso all’ipotesi dell’alterazione genetica. Altri strani casi

La casistica degli eventi anomali si estende sino alla primavera scorsa.

Fonte:hwh22.it

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