Fino alla prima metà del Settecento, il "secolo dei
lumi", le Alpi erano considerate il regno di ogni sorta di
draghi e animali favolosi e non solo nell'immaginario popolare dei
valligiani, ma anche da parte di insigni studiosi. Uno di questi fu
il celebre naturalista svizzero Jakob Scheuchzer (Zurigo, 1672-ivi,
1733), che nella sua opera scientifica "Itinera alpina",
oltre a tracciare una prima ricognizione meteorologica, geologica,
mineralogica, botanica e zoologica delle Alpi, attesta e cataloga
tutta una serie di animali mostruosi, a cominciare dai "draghi
volanti", suffragando le sue affermazioni con tutta una serie
di documenti e testimonianze estremamente circostanziati.
Sorge allora spontanea la domanda: "Quando, esattamente, queste
creature favolose - nella cui esistenza l'umanità ha creduto
per secoli e millenni - hanno abbandonato le nostre montagne per emigrare
nei regni della fiaba e della leggenda? Oppure non se ne sono affatto
andate, ma siamo noi che abbiamo perso la facoltà di vederle,
così come abbiamo perso la facoltà di vedere tante altre
cose che pure circondano la nostra vita con la loro presenza, talvolta
benefica e amichevole, tal'altra ostile e minacciosa?".
Eppure
Anche ai nostri giorni, di tanto in tanto, le pagine di cronaca di
informano che qualcosa di strano è stato visto, lassù,
nelle alte vallate alpine. Come accadde a quel signore di un piccolo
paese presso Sacile, in Friuli, che - nell'estate del 1963 - si à
trovato faccia a faccia con un serpente dalle dimensioni mostruose;
o come gli sporadici avvistamenti del "Tatzelwurm",
un incredibile animale per metà rettile e per metà mammifero,
una sorta di gigantesco "verme con le zampe", che
gli studiosi di criptozoologia sospettano essere tutt'altro che immaginario.
Da sempre, si può dire, le montagne, e in particolare le montagne
europee per eccellenza, le Alpi, sono nell'immaginario popolare la
residenza o il rifugio di specie animali strane e bizzarre, a volte
decisamente mostruose; né si tratta di un caso isolato.
Il grifone, ad esempio, il mitico animale dal corpo di grande uccello
ma dalla coda di rettile, anzi di drago,era così noto nel Medio
Evo, fra le genti alpine, da divenire lo stemma della città
di Belluno. Nel capoluogo della Carinzia, Klagenfurt, al centro della
piazza principale si erge la celebre scultura del drago, che è
diventato il simbolo della bella cittadina.
"Lo stemma e simbolo di Klagenfurt è, fin dal 1200, un
drago; nel 1590 lo scultore Ulrich Vogelsang ricavò da un unico,
enorme blocco di pietra , un immenso drago, per la fontana che i cittadini
avevano deciso di erigere in piazza. Quarant'anni dopo, si direbbe
che si siano vergognati del loro stemma perché Michael Hönel
vi aggiunse un Ercole che affronta il drago e sta per ucciderlo -
cosa magari da fare al bivio, ma non in piazza, e forse indicativa
dello stesso complesso d'inferiorità che suscita negli abitanti
di Klagenfurt la mancanza di grattacieli. Il drago non è ancora
stato debellato e tiene le fauci spalancate, non tanto, credo, per
ferocia, quanto per protestare contro l'abuso che gli è stato
fatto
" Così scrive Monk Gibbon nel suo libro L'Austria
(Milano, Garzanti, 1963, p. 103).
Naturalmente i soliti scientisti, che non credono ai draghi e tanto
meno ai draghi volanti, non prendono per buona l'idea che sulle montagne
della Carinzia vivesse un vero drago e hanno subito pronta una bella
spiegazione razionale: la leggenda del drago sarebbe sorta in seguito
al ritrovamento del teschio di un elefante lanoso dell'era glaciale,
la cui cavità frontale, corrispondente alle fosse nasali, sarebbe
stata scambiata per un grande, mostruoso occhio. Oppure potrebbe essersi
trattato del teschio di un rinoceronte lanoso; in ogni caso, di un
grande mammifero dell'ultima glaciazione che gli ignari valligiani
dell'alta Drava avrebbero scambiato per il cranio di un autentico
drago.
"In Austria, nel cuore della Carinzia - scrive Guido Ruggieri
(ne la Terra prima di Adamo, Milano, Mondadori, p. 13) - sta la città
di Klagenfurt il cui nome significa guado dei lamenti.
Narra una leggenda che in antico un terribile drago aveva insidiato
per lungo tempo un guado presso la città, passaggio obbligato
per i viaggiatori di transito. Nel Medioevo questa leggenda era ritenuta
pura verità perché del drago era stato ritrovato il
cranio, a quanto sembra nell'anno 1335. Sulla piazza principale di
Klagenfurt fu inaugurato, nel 1636, un monumento al drago rappresentato
con la lunga coda ritorta, ali da pipistrello e fauci spalancate nell'atto
di lanciare fiamme; fatto notevole, la testa del mostro era stata
modellata sul vero cranio. Esso esiste tuttora, in ottimo stato, nel
museo della città, però è, semplicemente, ciò
che resta di un grande rinoceronte coperto di peli, vissuto in Carinzia
in tempi ben più remoti di quelli del drago presunto.
"Draghi, unicorni e grifoni furono del resto la leggendaria
fauna di numerose località europee che avevano offerto, accidentalmente,
avanzi di mammiferi scomparsi. Ma da allora è passato molto
tempo e la fantasia non si sbriglia più. Ai voli dell'immaginazione
è subentrato il fascino della ricerca, appoggiato a una solida
scienza, la paleontologia, il cui nome vuol dire letteralmente 'discorso
sugli esseri antichi'."
Come dire. Meno male che, grazie alla Scienza, abbiamo abbandonato
il tempo delle leggende per trasferirci sul solido terreno dei fatti
certi e dimostrati. Del resto, il fatto che nel Museo di Klagenfurt
sia conservato il cranio di un rinoceronte lanoso non è, a
ben guardare, una spiegazione certa della leggenda del drago. Sarebbe
un po' come dire che l'esistenza della Sindone "spiega"
l'origine del mito di Gesù Cristo; a questi signori non viene
mai in mente che, forse, il 'mito' (come lo chiamano loro) potrebbe
anche essere nato da un fatto storico, e che poi, in un secondo momento,
una serie di fatti e circostanze sono stati interpretati - magari
erroneamente - come altrettante conferme di quell'evento originario.
Il monte Pilatus, presso Lucerna, era il luogo più temuto
dell'intera catena alpina. Secondo una leggenda, lo spirito di Ponzio
Pilato - il procuratore romano che lasciò condannare Gesù
Cristo - era stato relegato sul fondo del lago che giace ai piedi
della montagna. Ebbene, tale leggenda era ancora talmente viva fino
al 1700, che una legge del Consiglio comunale di Lucerna proibiva
tassativamente di gettare sassi nelle acque del lago del Pilatus,
per non risvegliare lo spirito inquieto dell'antico magistrato, che
avrebbe potuto divenire pericoloso per gli abitanti del luogo
Lo stesso tipo di credenze sono diffuse nelle vicinanze delle alte
catene montuose dell'Asia, e specialmente dell'Himalaia, "regno
degli dei", ove si aggira lo Yeti; creatura misteriosa
che, talvolta - come nel caso del professor Dyhrenfurth - è
stata vista da vicino anche da testimoni occidentali, uomini d'indubbia
esperienza e di solidi studi nelle nostre migliori università
(cfr. il nostro articolo L'enigma dello Yeti, elusivo abitatore delle
nevi eterne). Quello che il grande pubblico ignora è che tale
credenza, per quel che riguarda l'Europa, è stata condivisa
da studiosi e insigni scienziati fino a tempi relativamente assai
recenti, Ancora nel 1700, in pieno "secolo dei Lumi", fior
fior di naturalisti erano pronti a giurare sulla realtà dei
draghi volanti e di altre creature meravigliose e spaventevoli, suffragando
le loro convinzioni con una serie ben nutrita di testimonianze oculari.
Riportiamo un passo del bel libro di Serge Bertino Guida delle Alpi
misteriose e fantastiche (Milano, Sugar & C., 1972, pp. 24-27):
"Le montagne, instabili e solcate da gole profonde e buie, furono
da sempre l'habitat d'elezione dei più strani animali che la
fantasia popolare abbia saputo creare. Lo stesso sant'Agostino era
convinto che le Alpi fossero popolate da straordinari draghi volanti
e ancora nel 1726 uno scienziato tedesco, lo Scheuchzer, non esitava
a consacrare a questi animali interi capitoli del suo "Itinera
Alpina". Non stupiamoci quindi se ancor oggi scopriremo nelle
nostre vallate le storie straordinarie di tutta una fauna fantastica
ora amica ed ora nemica dell'uomo.
"Essa non è che il lontano ricordo di un'epoca in cui
tutto era mistero anche se bisogna sottolineare che l'ultima apparizione
provata d'un drago volante nelle Alpi svizzere risale solo al 1934.
"Con ogni probabilità alla base degli innumerevoli ricordi
di questo pauroso animale esistevano alcuni fatti reali. Un certo
numero di scienziati moderni sembrerebbe abbastanza incline a pensare
che il drago volante delle Alpi fosse una specie di oloderma cavernicolo,
ora estinto. Semplice ipotesi? Realtà? Non lo sapremo mai.
"Quasi certamente, però, le Alpi divennero durante un
lungo periodo della loro storia un vero e proprio rifugio di specie
animali che vi si ritirarono, probabilmente per sfuggire l'uomo, il
vero nemico di sempre, e condizioni di vita divenute per loro insopportabili.
Quando il clima freddo dell'epoca glaciale lasciò il posto
ad una natura che andava riscaldandosi lentamente, molti animali preferirono
seguire il ritirarsi dei ghiacciai risalendo verso le cime dove alcune
specie riuscirono addirittura a sopravvivere sino ai giorni nostri.
"Le leggende alpestri infatti non annoverano tra i loro temi
solo quelli che gravitano intorno agli animali fantastici., ma si
innestano sovente su una realtà faunistica precisa. Accanto
ai draghi trovano posto le storie mirabolanti delle aquile reali,
degli stambecchi, dei camosci e delle marmotte.
"Un acutissimo spirito d'osservazione ha permesso agli uomini
dell'alpe di percepire alcuni intimi atteggiamenti della fauna alpina,
di appropriarsene e di inserirli nel patrimonio culturale della loro
terra.(
)
"Per coloro che, come chi scrive, hanno avuto la fortuna di imbattersi
in uno stambecco solitario, su una stretta cornice di roccia e sotto
l'infuriare d'un temporale, l'appellativo che gli hanno dato gli uomini
dell'alpe, 'Gran Diavolo', non è una facile estrapolazione
sentimentale, ma l'unica definizione valida per il più straordinario
animale che vive ancora tra le rocce. (
)
"Le meraviglie della natura non appartengono ai singoli ma a
tutta l'umanità: è quindi normale che il nostro spirito
ne abbia fatto un vero e proprio serbatoio di esperienze stupefacenti."Dicevamo
che uno scienziato del calibro dello Scheuchzer credeva fermamente
all'esistenza di draghi alati fra le montagne alpine, e non li considerava
affatto creature leggendarie o allucinazioni di qualche donnetta spaventata
da chissà mai quale esperienza di pericolo, reale o immaginario
che fosse. Ma chi era questo naturalista svizzero-tedesco, che ci
ha dato il primo studio rigorosamente scientifico delle Alpi, il primo
dell'età moderna dopo quelli di Konrad Gesner (soprannominato
"il Plinio tedesco") di ben due secoli prima, e cioè
del pieno Rinascimento?
Ecco come lo presentano Alberto razzanti e Roberto Almagià
nella "voce" a lui dedicata dalla Enciclopedia Italiana
(edizione del 1949, vol. XXXI, p. 76):
"SCHEUCZER, JOHANNES JAKOB. - Medico e naturalista svizzero,
nato a Zurigo il 2 agosto 1672, ivi morto il 23 giugno 1733. Fu uno
dei primi a compiere viaggi scientifici nella regione alpina, soprattutto
per la ricerca ela raccolta di minerali e di fossili vegetali e animali.
In quei viaggi, compiuti fra il 1702 e il 1711 (l'edizione più
completa è quella comparsa a Leida nel 1723 col titolo "Ouresiphoites
elveticus, sive itinera per Elvetiae Alpinas regiones facta")
cercò per la prima volta di applicare su larga scala il barometro
alla misura delle altezze, ma ottenendo risultati incerti e contraddittori.
A Zurigo iniziò anche nel 1728 regolari osservazioni meteorologiche,
pubblicandone i risultati, e compié altresì osservazioni
sistematiche sulle variazioni del barometro a Zurigo e sul S. Gottardo
(1728-31), dando in luce tabelle utili per i calcoli altimetrici.
La sua maggiore opera, una vasta storia naturale generale della Svizzera,
rimase incompleta: dei tre volumi pubblicati, uno riguarda l'orografia
(1716), il secondo le acque (1717), il terzo le meteore e i minerali
(1718). Importante è anche la sua grande carta delle Alpi (1712).
Oltre a queste opere e alla curiosissima e voluminosa "Jobi Physica
sacra" (1721), lo Scheuchzer molto scrisse in materia di fossili,m
dei quali in un primo tempo negò l'origine organica, per poi
ritenerli rsti del diluvio biblico. Storicamente interessante è
la memoria "Homo diluvii testis et ?e?s?opo?, nella quale lo
Scheuchzer descrisse come umano uno scheletro, che il Cuvier riconobbe
più tardi esser quello di una salamandra gigantesca ("Andrias
Scheuchzeri " Tschudi).
"bibl.: G. Cuvier, in "Biografia universale antica e moderna",
LI, Venezia, 1829."Bisogna aggiungere che l'opera Itinera Alpina
era corredata da numerose tavole illuystrative e che una serie di
incisioni raffiguravano anche gli animali fantastici la cui presenza,
accanto a quella di animali da noi oggi ben conosciuti, di piante,
di fossili, di cristalli e minerali, tanto ci stupisce e ci lascia
perplessi. Alcune di esse sono riportate nel bel volume di Massimo
Cappon Alla scoperta delle Alpi (Milano, Mondadori, 1982, pp. 70-71).
In una vediamo un ritratto dello stesso Scheuchzer, ufficiale sanitario
a Zurigo ma, soprattutto, naturalista e pioniere della geofisica alpina,
con tanto di parruccona di stile seicentesco e una dicitura dalla
quale apprendiamo che egli fu, tra l'altro, membro della Royal Society
di Londra. Vi sono poi tre incisioni che raffigurano altrettante creature
mostruose, ciascuna riportata con le precise circostanze del suo avvistamento
e, dove possibile, col nome dei testimoni.
La prima è quella di un "drago alato", ossia una
delle undici diverse specie di draghi alpini che illustrano l'opera
di Scheuchzer. Ha la forma di un grande serpente, dotato a metà
del corpo di ali membranose simili a quelle del pipistrello; dalla
bocca emette fiamme. Secondo lo studioso svizzero, le principali differenze
fra "draghi" e serpenti sono queste: i draghi hanno dimensioni
maggiori, a vole presentano barba e baffi, un triplice ordine di denti,
pelle o squame di colore nero o grigio, grande apertura delle fauci,
lugubre e tremendo verso sibilante ed, infine, la capacità
di aspirare, con l'aria, gli uccelli in volo per farne banchetto.
La seconda incisione raffigura l'immenso drago "dalla lingua
bifida " che apparve ad un certo Johannes Egerter di Lienz sull'Alpe
Commoor, sbucando da dietro una roccia mentre il contadino stava recandosi
al lavoro. La scena dell'apparizione è raffigurata con ingenua
drammaticità; il testimone è definito da Scheuchzer
"vir honestus et septuagenarius", come dire che un anziano
di settant'anni non dovrebbe aver voglia di rendersi ridicolo e di
giocarsi la reputazione conquistata in tutta una vita di probità.
Benché venisse accecato dall'alito pestifero che il drago gli
soffiava contro, il contadino riuscì a fuggire e corse in paese,
ove venne medicato agli occhi: un segno tangibile che la sua avventura
non era stata solo immaginaria. Scheuchzer, inoltre, cita un'altra
testimonianza, quella di un fatto accaduto nel 1649: grandi draghi
dall'alito di fuoco furono visti chiaramente sul monte Pilatus, presso
Lucerna.
La terza incisione è quella di un drago dal corpo di serpente
ma anche, stranamente, dalla testa di gatto, che si avvolge sulle
sue numerose e orribili spire, drizzando il capo minaccioso ai piedi
di una roccia da cui pendono festoni di rampicanti. Quest'ultima creatura
sarebbe stata osservata, almeno così si dice (l'uso del condizionale
è d'obbligo, date le circostanze), nel XVIII secolo sul Frunsenberg,
in Svizzera.
Che cosa possiamo dire di tutto questo? Saremmo portati a sorriderne
e a passare oltre con una scrollata di spalle, ma
c'è
qualcosa che non torna. Oltre al numero delle osservazioni e alla
serietà di studiosi come Scheuchzer, che se ne sono occupati,
bisogna dire che perfino ai nostri giorni, per chi legga attentamente
le pagine di cronaca dei giornali, vi sono delle sorprese in agguato
per il cittadino dell'età della tecnica, dei computer e dei
telefonini di ultima generazione. Qua e là c'è ancora
chi vede "cose", cose o esseri che non dovrebbero esistere
- almeno in base alle nostre idee ultrapositiviste e ultrascientiste.
Come quei due cacciatori che sulle sponde del lago di Como, nel 1946,
si trovarono alle prese con un pesce mostruoso emerso dalle acque
del lago, dalle dimensioni sconvolgenti e la bocca spalancata: evento
che fece scalpore e sul quale ci ripromettiamo di ritornare a suo
tempo, anche perché - sporadicamente, a distanza di anni -
pare che qualcuno abbia visto di nuovo una creatura
insolita nuotare nelle acque del Lario, e tale persistenza
non depone a favore della burla o dell'immaginazione, ma parrebbe
suggerire una esperienza reale, per la quale non era disponibile,
forse, un linguaggio adeguato né un atteggiamento di intelligente
apertura da parte di chi coltiva la scienza.
Un abitante di Sarone, presso Sacile (allora provincia di Udine,
oggi di Pordenone)ad esempio, il signor Toffoli, nell'estate del 1963
si è trovato a faccia a faccia con un serpente dalle dimensioni
mostruose, quali non dovrebbero esisterne, sulle Alpi (o, come in
questo caso, ai piedi della catena montuosa) né in alcuna altra
parte d'Europa. A suo tempo se ne occupò anche la stampa locale
e noi stessi lo abbiamo ricordato nel nostro articolo
Gli enigmi della criptozoologia: il serpente gigantesco del fiume
Bagradha). Il noto scrittore Peter Kolosimo, vero collezionista (un
po' come l'americano Charles Fort) di fatti "dannati",
ossia non spiegati dalla scienza e non catalogabili fra le esperienze
in qualche modo ammissibili allo stato attuale delle nostre conoscenze
- almeno secondo la cultura accademica -, lo ha riferito in uno dei
suoi libri di maggiore successo, Il pianeta sconosciuto (Milano, Sugar
& C., 1969, pp.215-216), dal quale ci piace riportare integralmente
il brano che ad esso si riferisce.
"Abbiamo accennato (
) all'enorme 'verme con le zampe'
- il Tatzelwurm -, avvistato nel 1934 sulle Alpi svizzere ed austriache.
Ebbene, un su parente potrebbe forse aggirarsi nei pressi di Sacile,
in provincia di Udine, , ed aver scatenato un pandemonio nell'estate
del 1963.
"Si tratterebbe d'un gigantesco serpente lungo circa quattro
metri, che uscirebbe da una buca facendosi precedere da un rettile
di dimensioni normali.
""La voce dell'esistenza del mostro - scrisse, a quel tempo,
il quotidiano il Giorno - si è sparsa nella vallata ed ha acquistato
sempre maggior credito, anche se in un primo tempo i più pensavano
ad un parto di fantasie troppo accese.
""L'ultima testimonianza è quella del gestore d'un
bar di Sarone (una frazione di Sacile), il signor Antonio Toffoli,
il quale, deciso a veder chiaro nella faccenda, si è munito
di un grosso randello ed è andato nella zona desolata dove
si dice che il serpente sia solito comparire. Si è appostato
vicino alla tana del rettile ed ha atteso. Dopo due ore, ha udito
un acutissimo fischio ed ha visto uscire il 'serpente pilota', seguito
dal bestione.
""È un serpente enorme - dichiara il signor Toffoli.
- ha la testa grossa come quella d'un bambino, il collo sembra un
palo telegrafico, il suo sibilo stordisce
".
"Egli avrebbe vibrato contro il rettile una randellata, andata
però a vuoto, dopo di che sarebbe fuggito
Proprio come
avrebbe fatto, due anni più tardi, un contadino tedesco davanti
al muso di "qualcosa che assomigliava sia ad un serpente che
ad un verme", sbucato d'improvviso da un buco della stalla."
Ma che cosa sarebbe, esattamente, il Tatzelwurm, creatura elusiva
ed emblematica che di quando in quando, sbucando fuori apparentemente
dal nulla, fa la sua comparsa davanti a qualche sbalordito valligiano
delle Alpi?
Il criptozoologo Jean-Jacques Barloy, nel suo eccellente libro Animali
misteriosi. Invenzione o realtà? (Roma, Lucarini Editore, 1987,
p. 175 sgg.), ne traccia questo ritratto sulla base dei non frequenti
avvistamenti.
"Con il tatzelwurm, arriviamo a uno dei misteri più irritanti
della criptozoologia. Il serpente di mare, i mostri lacustri, i grandi
gatti, le Bestie assassine, certo, ci hanno messi vicini a enigmi
molto vicini a noi, ma stavolta ci troviamo di fronte a un problema
straordinario: esiste ancora, nel cuore dell'Europa, un animale terrestre
sconosciuto di discrete dimensioni?
"Tatzelwurm, che in tedesco significa 'verme con le zampe', è
il più celebre dei nomi dati a questo animale, che figura da
secoli nelle cronache delle regioni alpine. Esso infatti vivrebbe
nelle Alpi tedesche, svizzere, austriache, italiane e forse anche
francesi. Inizialmente i Tatzelwurm compaiono come draghi mitologici,
ma ecco che nel 1779, un certo Hans Fuchs muore per un attacco cardiaco
dopo essersi trovato faccia a faccia con uno di essi in località
Unken, nei dintorni di Salisburgo. I suoi genitori hanno lasciato
una pittura rappresentante la scena: i tatzelwurm si presentano come
grosse lucertole con quattro zampe a tre dita. È questo l'aspetto
che attribuiscono loro quassi tutti i testimoni. La forma generale
dell'animale è quella di una lucertola o di una salamandra
di grosse dimensioni; ha una grande bocca con denti appuntiti, gli
occhi sono ben visibili, il collo è corto e appena abbozzato,
il corpo, piuttosto robusto, misura tra sessanta centimetri e un metro,
e pare che certe volte possa superare queste dimensioni. L'animale
è in genere biancastro, più raramente brunastro; gli
esemplari osservati nei boschi sembrano più scuri di quelli
avvistati in ambiente roccioso. Un solo osservatore parla di un tatzelwurm
nero a macchie gialle.
"Le descrizioni della pelle variano molto: secondo alcuni testimoni
è nuda, secondo altri, squamosa, altri, per finire, segnalano
un corto pelame. Ancora più strane sono le variazioni nel numero
delle zampe, almeno secondo gli osservatori: il tatzelwurm è
descritto, a seconda dei casi, con quattro zampe, senza zampe o con
le sole zampe anteriori. È verosimile che l'animale ne possieda
quattro. La coda non supoera un quarto della lunghezza totale; secondo
certi testimoni è tozza, secondo altri, affusolata.
"Devo questa descrizione all'inchiesta condotta sull'animale
condotta da Ulrich magin, il quale ha censiti circa quaranta incontri
con presunti tatzelwurm dal Settecento ai giorni nostri, verificatisi
soprattutto nel Tirolo (Wurmbachtal, Spielberg), nella zona di Salisburgo,
negli Hohe Tauern, in Svizzera (Berna, Uri) e in Baviera (Ruhpolding).
Va precisato che per certi abitanti di queste regioni si tratta di
un animale del tutto reale, che fa parte della fauna montana come
la marmotta o la vipera. È stata persino pubblicata una sua
foto, dovuta a uno svizzero di nome Balkin: ahimé, l'animale
che vi figura non sembra molto naturale, si direbbe di porcellana.
"Il tatzelwurm vivrebbe tra i cinquecento e i duemila metri
di altitudine, penetrando nelle grotte, anzi passandovi gran parte
della sua vita, il che spiegherebbe il fatto che sia tuttora sconosciuto.
Un esempio: nel 1929, un maestro austriaco sta esplorando una grotta
nei pressi di Landsberg, quando scorge un animale serpentiforme che,
allungato su un mucchio di humus in putrefazione, lo fissa coi suoi
grandi occhi. Egli tenta di afferrarlo, ma invano: il tatzelwurm,
avvertendo il pericolo, si eclissa in una cavità.
"Ho raccolto di recente una strana informazione: ogni primavera,
in Val d'Aosta, un tatzelwurm uscirebbe da una sorgente con il salire
delle acque, e sarebbe così visibile per qualche tempo.
"Un elemento importante depone a favore dell'esistenza di questo
animale: le osservazioni si collocano tutte durante la buona stagione;
il tatzelwurm, infatti, è sicuramente una specie ibernante.
Ebbene, alcune testimonianze parlano appunto di esemplari introdottisi
nei granai per passare l'inverno nel fieno. Si assicura che il tatzelwurm
emette sibili, che è spesso aggressivo, che è capace
di avventarsi al viso delle persone
nel 1924, uno scheletro
di questo animale sarebe stato trovato nei pressi di Murtal. Una delle
ultime osservazioni, risalenti all'estate del 1963, si situa nei pressi
di Udine: parecchi testimoni affermano di aver visto una specie di
serpente che era solito stare vicino a una cavità e che era
accompagnato da un 'serpente-pilota'
Era grosso come un palo
telegrafico e gli è stata attribuita una lunghezza (senza dubbio
esagerata) di quattro metri. Mandava una specie di sibilo Uno dei
testimoni, Antonio Toffali [sic], che aveva tentato di ucciderlo,
si diede alla fuga spaventato
".
Ma se il gigantesco serpente di Sarone esiste; se esiste il
tatzelwurm; se sono esistiti, sulle Alpi, i draghi di cui parlano
Jakob Scheucher e tanti altri, allora sorge spontanea la domanda:
quando, esattamente, queste creature hanno deciso di scomparire alla
nostra vista, di sottrarsi ai nostri sensi? Oppure siamo noi che abbiamo
smarrito la capacità di vederle, così come abbiamo perduto
la facoltà di vedere tante altre cose?
Una cosa è certa. Vi sono degli esseri umani che conservano
questa seconda vista e che, per mezzo di essa, scorgono creature d'ogni
genere, a volte amichevoli ed a volte paurose: tali creature sono
i bambini (cfr. il nostro articolo
I bambini vedono cose che noi non vediamo). È
possibile che recuperare tale facoltà di percezione non sia
cosa impossibile e che, come affermava Nietzsche, quando ci si è
stancati di cercare, bisogna imparare a trovare?
Francesco Lamendola